*Femminismi
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Giulia Ragonese, Cristina Laura Cecchini

G.R. L’incontro con Cristina Laura Cecchini è irrinunciabile: un urto che avviene sullo sfondo della rabbia che ci accomuna. Ci occupiamo entrambe di donne che subiscono violenza maschile, dentro e fuori i centri antiviolenza, dentro e fuori le aule dei tribunali e ho sentito di potere condividere con lei molti tipi di rabbia.
La rabbia è un sentimento popolare, esclusa, se arrabbiate sono le donne, dal linguaggio dominante incentrato sul buon costume. La rabbia è un’emozione primaria, fatta fuori dai tecnicismi ma anche fuori dalla politica, perché lo stereotipo di genere assegna all’emotività femminile il ruolo di avversaria della lucidità e della ragione. Lontana da questa logica, in più di un’occasione, insieme a Cristina, sono stata arrabbiata ed al suo fianco mi sono sentita vicina a tante donne arrabbiate.
Provo una rabbia dolorosissima tutte le volte che come donne dobbiamo giustificarci in quanto madri, come brave madri. Succede nel corso dei procedimenti civili, di cui Cristina si occupa come avvocata, quando una donna vuole separarsi dal partner violento. La donna deve dimostrare la sua performatività in qualità di madre. Ciò richiede uno sforzo enorme, non perché lei non provveda al benessere delle sue figlie e dei suoi figli, ma perché questo avviene all’interno di un confronto con figure terze, consulenti tecnici d’ufficio, psicologi, giudici, esponenti di servizi vari, che in un momento così impegnativo in cui una donna deve spendere tutte le sue energie per liberarsi da un uomo violento e ricostruire daccapo tutta la vita, questi valutano azioni, atteggiamenti, posture, inclinazioni, financo sguardi ed il modo di sorridere, nella cornice di quella che dovrebbe essere una adeguata maternità, estranea ad una pur comprensibile rabbia
Audre Lorde nel lontano 1984, in Sorella Outsider, scriveva che «la rabbia espressa e trasformata in azione al servizio della nostra visione e del nostro futuro è un atto chiarificatore che ci dà libertà e forza», altrimenti la rabbia diventa una temibile repressione che annienta le nostre aspirazioni.
Cristina, rispetto a questo, ti faccio alcune domande.
G.R. Come porti la tua rabbia nelle aule di Tribunale?
C.L.C. Innanzitutto ciò che aiuta me è pensare che l’esercizio della professione legale e in particolare il ruolo dell’avvocata nel sistema giudiziario sia uno degli strumenti di attuazione di quel conflitto che, a mio parere, riveste un ruolo fondamentale nella società e nella trasformazione di essa. Oggi un certo tipo di cultura tende a voler sopire e censurare il valore e la portata del conflitto identificandolo necessariamente con una l’idea di violenza quando non è così. Il conflitto al contrario è quella tensione continua e rivoluzionaria che ha la capacità di porre l’accento sulla necessità di considerare l’esistenza di più sguardi, più visioni, più prospettive, differenti soggettività e in questo senso permette un cambiamento.

Il femminismo almeno nella sua idea originaria è per me una delle massime espressioni di questa necessità perché non tende solo all’uguaglianza sociale ma intende realizzare una profonda trasformazione della realtà e un cambiamento profondo della struttura sociale attraverso una interrogazione continua dei sistemi valoriali della società medesima. Quindi per rispondere alla tua domanda porto la rabbia come sentimento che esprime la mia tensione alla trasformazione intendendo il mio ruolo in questo modo. Un altro elemento fondamentale per coniugare la tensione al cambiamento con i diritti e lo sviluppo di essi è una certa dose di creatività, molto spesso ritengo che sia necessario pensare fuori dagli schemi come approccio alla costruzione di strategie legali per esplorare nuovi modi di proteggere attraverso e nonostante la legge e credo che anche l’azione legale vada costruita in questo senso.
G.R. Come si coniuga la rabbia con la difesa dei diritti delle donne?
C.L.C. In quanto espressione di una cultura che è la stessa con cui tutti i giorni ci troviamo a fare i conti fuori dalle aule di tribunale non possiamo dimenticarci a mio parere che anche il sistema di giustizia porta dentro di sé una visione sessista classista e razzista. In questo senso la tendenza a cui ci troviamo a dover fare fronte è quella che nel giudizio vorrebbe individualizzare gli accadimenti facendo perdere la dimensione collettiva delle dinamiche sociali complesse in cui essi si realizzano. Credo che un esempio particolarmente interessante di questo sia, proprio come dici tu, quello relativo ai procedimenti in cui viene valutata la genitorialità di donne che si sottraggono alla violenza ma anche di donne che si trovano in condizione di marginalità per esempio per essere straniere o povere o non completamente conformi alla norma sociale. Nella società attuale caratterizzata dal capitalismo si è intensificato un modello di genitorialità che è stato da alcuni definito intensivo perché segmento di un sistema produttivo in cui crescere un bambino è un processo individuale e performativo. Tale modello nei fatti è peraltro rimasto principalmente a carico delle madri che sono percepite come destinatarie elettive della cura. Mi sembra che molto spesso non siamo in grado di contestare in profondità questi meccanismi mettendo in luce come le condizioni sociali e culturali siano spesso il frutto di un problema strutturale che richiede una visione di sistema trasformativa. Dovremmo contrastare con forza il discorso giuridico sulla buona genitorialità quando, ad esempio, questa non restituisce allo stato sociale le sue funzioni di supporto e chiede alle donne di interpretare il ruolo delle eroine in grado di riuscire in autonomia in ogni aspetto della vita senza alcun reale supporto, spesso senza alcuna fragilità perché non ammessa. Dovremmo guardare criticamente ad una società in cui la vulnerabilità è patologizzata anziché letta quale conseguenza di processi di vulnerabilizzazione e diviene una colpa individuale anziché una responsabilità collettiva. E dovremmo “arrabbiarci”, per usare le tue parole, quando non si prende in considerazione che vi sono stili di vita, possibilità, valori e modelli da cui una fetta della popolazione è automaticamente esclusa in ragione della provenienza, dell’estrazione sociale e che non tutte sono scelte accessibili nonostante vengano richieste. In questo senso “mi arrabbio” quando nelle decisioni leggo le determinazioni irrisorie degli assegni di mantenimento del tutto inadeguate agli standard di vita attuali che cristallizzano un bilanciamento della responsabilità della crescita dei figli del tutto squilibrata, mi arrabbio quando non vengono svelatele conseguenze della esposizione a violenza economica prolungata che lascia le donne sole a fronteggiare un impossibile reinserimento lavorativo e l’autonomia, o quando non si considera la violenza del dispositivo della frontiera sui corpi e sulle soggettività delle persone straniere neutralizzando le conseguenze che questa ha sulle condizioni di vita riproducendo ingiustizia. E sicuramente mi arrabbio quando cadiamo nei controsensi dell’idea di una vittima perfetta finendo per subire le trappole di coloro che relativizzano i meccanismi sociali quando non ci conformiamo ad un ideale di persona che deve solo essere salvata.
G.R. Come pensare alla rabbia come atto trasformativo di cura?
C.L.C. Integrandola e legittimando il suo potenziale di cambiamento. Oltre alla professione forense da molti anni insieme ad alcune compagne promuovo una pedagogia che nasce da un’esperienza di resistenza in Uruguay durante la dittatura civico militare: la Ludopedagogia alla cui base c’è, appunto, il Gioco come veicolo fondamentale di conoscenza e quindi di trasformazione. Giocando ho compreso che l’esperienza emotiva in tutta la sua complessità è terreno di conoscenza. La rabbia è un sentimento fondamentale per la liberazione che percepisce l’oppressione e l’ingiustizia. Nello stesso modo non deve riempire ogni spazio. I centri antiviolenza, le case rifugio, gli spazi collettivi, giocare mi ricordano che accanto alla rabbia occorre coltivare il desiderio come postura personale e collettiva. Credo che tenendo insieme le due cose possiamo aspirare al ben-essere nel senso dell’essere bene.
Le autrici
Giulia Ragonese: italianista e studiosa di linguaggi, è esperta di politiche delle donne e rete antiviolenza. Attivista femminista, ha lavorato per enti pubblici nell’ambito della comunicazione politica e delle pari opportunità e come operatrice e responsabile di centri antiviolenza per Differenza Donna.
Cristina Laura Cecchini: impegnata da anni nel settore del diritto dell’immigrazione e della protezione internazionale, si occupa dei diritti delle donne e dei minori e delle discriminazioni legate al genere, in particolare della violenza istituzionale condotta a danno di donne e madri migranti. Fa parte dell’ufficio legale dell’associazione Differenza Donna e dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Ha patrocinato molti contenziosi strategici dinanzi alle Corti nazionali e internazionali in materia di diritti umani.





