di Luciano Ummarino
Ci sono date che non hanno bisogno di calendario. Il 20 luglio 2001 è una di queste: chi c’era se la porta addosso, chi non c’era l’ha ereditata come si ereditano le cose serie, quelle che non si scelgono.

Venticinque anni fa, nel pomeriggio, in una piazza di Genova che si chiamava Alimonda e che da allora il movimento chiama “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo“, un ragazzo di ventitré anni veniva ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere, durante le giornate del G8. Si chiamava Carlo. Aveva l’età che avevamo tutti.
Aveva l’età che avevamo tutti
Bisogna dirlo subito, perché il tempo lavora e la rimozione è un mestiere che in questo Paese si pratica con zelo. Genova fu il punto più alto e più tragico di una stagione che era cominciata anni prima, nelle montagne del Chiapas e nelle strade di Seattle, nei forum di Porto Alegre e — per chi come noi veniva dai quartieri popolari di Roma, dai centri sociali, dalle esperienze di autorganizzazione — nelle mille pratiche quotidiane con cui una generazione intera aveva deciso che la globalizzazione dei capitali non era un destino.
“Un altro mondo è possibile” non era uno slogan da corteo: era un programma di lavoro.
La repressione non fu un incidente
E bisogna dire anche l’altra cosa: la repressione non fu un incidente. Non fu una decisione contingente, maturata a Genova nel caos di quelle ore, e non fu opera del solo governo italiano. Fu una strategia, e le avvisaglie c’erano già state tutte: a Napoli, nel marzo di quello stesso anno, con le cariche sui manifestanti del Global Forum; a Göteborg, poche settimane prima del G8, dove al vertice europeo la polizia arrivò a sparare sui manifestanti, ferendo gravemente un ragazzo che per fortuna sopravvisse.
I grandi della terra avevano già deciso come rispondere a quel movimento: non con le idee, che non avevano, ma con la forza. Genova fu l’applicazione in grande di quella scelta.
Perché poi c’è il racconto di quei giorni, quello che le istituzioni di questo Paese hanno impiegato decenni ad ammettere, e mai fino in fondo. Il 20 luglio l’attacco fu di una violenza inaudita: cariche indiscriminate sui cortei autorizzati, lacrimogeni a centinaia, e le armi — perché non ci fu un solo sparo, quel giorno.
Diciotto colpi di pistola
I verbali ufficiali delle stesse forze dell’ordine documentano diciotto colpi d’arma da fuoco esplosi per le strade di Genova. Diciotto. In mezzo a una manifestazione. Uno di quei colpi uccise Carlo. E bisogna raccontarla bene, quella giornata. Il corteo dei disobbedienti praticava la disobbedienza civile, che escludeva per principio ogni strumento offensivo: solo protezioni, scudi, imbottiture, corpi. Sotto quell’attacco fu costretto ad abbandonare le proprie pratiche e a difendersi.
Non per scelta: per sopravvivere, per riportare indietro tutti insieme migliaia e migliaia di persone, difendendosi con quello che le strade e le piazze offrivano. E in certi momenti, soprattutto dopo l’uccisione di Carlo, quel corteo riuscì perfino a respingere chi lo caricava. Non è l’epica di una battaglia: è la cronaca di una moltitudine aggredita che si rifiutò di lasciarsi macellare.
Tutto il contrario del terrore
E poi accadde la cosa che nei palazzi nessuno aveva previsto. La strategia del terrore del 20 luglio avrebbe dovuto svuotare le strade, dissuadere chi si preparava a partire. Accadde l’esatto contrario: il 21 luglio, sotto un sole feroce e con la paura addosso, arrivarono a Genova decine e decine di migliaia di persone da tutta Italia, fino a fare un corteo di trecentomila, forse di più, che si unì a chi in quella città c’era già da giorni. Questo, venticinque anni dopo, resta il dato politico che nessuna manganellata è riuscita a cancellare: la paura non vinse.
Poi, la notte: la scuola Diaz, il 21 luglio, con i corpi dei ragazzi addormentati nei sacchi a pelo massacrati di botte. La caserma di Bolzaneto, dove le persone fermate furono umiliate e torturate — e uso la parola torture perché non è un giudizio mio: è quello che hanno stabilito i tribunali e la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia proprio su quei fatti. Un Paese che ha introdotto il reato di tortura nel proprio codice solo nel 2017, sedici anni dopo.
Per la morte di Carlo, invece, non c’è mai stato un processo: l’inchiesta fu archiviata. Il conto, semplicemente, non è mai stato presentato a nessuno.
Eppure ridurre Genova alla violenza subita sarebbe fare un torto a quel movimento, e anche a Carlo.
Il movimento dei movimenti
Perché quelle giornate furono prima di tutto un’enorme assunzione di parola collettiva. C’erano i migranti e i sindacati, le reti cattoliche di base e i disobbedienti, gli ambientalisti e le donne, i contadini e gli studenti: il “movimento dei movimenti”, lo chiamavamo, e non era una formula giornalistica, ma la descrizione esatta di una moltitudine che aveva imparato a tenere insieme le differenze senza appiattirle.
Chi oggi guarda alle lotte per la giustizia climatica, ai femminismi che hanno riempito le piazze in questi anni, alle reti di mutualismo che nei quartieri tengono in piedi ciò che lo Stato abbandona, alle mobilitazioni per la pace — guarda, che lo sappia o no, ai figli e alle figlie di quella stagione. Le domande che ponevamo allora — chi decide, per chi, a spese di chi e del pianeta — non solo non hanno avuto risposta: sono diventate le domande del secolo.
Stiamo vincendo
C’è un’immagine, poi, che di quella stagione dice tutto. Nei cortei di quegli anni — a Seattle, a Praga, in ogni controvertice che accompagnò come un’ombra i summit dei potenti, fino a Genova — tornava sempre uno striscione, sempre lo stesso: “We are winning”. Stiamo vincendo. Non era arroganza, e non era nemmeno soltanto speranza: era consapevolezza. La consapevolezza, rara e preziosa, che i rapporti di forza non sono leggi di natura e che si possono rovesciare.
Ecco: dopo Genova quello striscione non si è più visto. Ed è questa, forse, la misura più esatta di ciò che il potere volle ottenere sparando su quel movimento. Non fermare un corteo, non sgomberare una piazza: spezzare una consapevolezza. Distruggere la potenza che quella moltitudine esprimeva, perché era quella potenza — non le bandiere, non gli slogan — a fare davvero paura ai grandi della terra.
Ogni 20 luglio: perché il nemico non vinca
La memoria, ci ha insegnato la tradizione della storia orale, non è un archivio ma un campo di battaglia: si costruisce raccontando, e si difende raccontando. Per questo ogni 20 luglio non è una commemorazione ma un esercizio di responsabilità. Ricordare Carlo Giuliani non significa congelarlo in un’icona: significa tenere aperta la domanda che quella piazza ci ha lasciato, e cioè quanto costa, in una democrazia, il diritto di dissentire.
Significa dire ai ragazzi e alle ragazze che oggi hanno l’età che aveva Carlo che la storia non è finita, che le piazze non sono un reperto e che il conflitto sociale, quando è generoso e di massa, è la forma più alta di amore per il mondo.
Venticinque anni dopo, Genova non è una ferita da esibire né un trauma da rimuovere. È una lezione e un’eredità.
La lezione: che il potere, quando si sente davvero interrogato, può togliersi la maschera. L’eredità: che una generazione intera scelse comunque di esserci, e che quella scelta continua a generare pratiche, spazi, relazioni, lotte. Anche qui, nei nostri quartieri, ogni giorno.
E poi c’è Carlo. Carlo che aveva ventitré anni e la vita davanti, e che da venticinque anni ha per sempre ventitré anni. Carlo il cui nome è scritto sui muri di mezza Europa, gridato nelle piazze, custodito nella targa che il movimento ha voluto in quella piazza: “ragazzo”, c’è scritto.
Perché è questo che era, ed è questo che resta: un ragazzo in mezzo alla sua gente, in una giornata in cui una generazione intera aveva deciso di non voltarsi dall’altra parte. Non un santino, non un simbolo da imbalsamare: un figlio di questa storia collettiva, il figlio che amiamo di più .
Walter Benjamin ha lasciato scritto che nemmeno i morti saranno al sicuro dal nemico, se il nemico vince. È per questo che ogni 20 luglio torniamo a nominarlo, a raccontarlo, a portarlo con noi per le strade: perché il nemico non vinca. Perché Carlo sia al sicuro, custodito da una memoria che non si arrende. E perché quella scintilla che il potere credette di spegnere a Genova continui, ostinata, a fare luce.
A Carlo per sempre




