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RE E SUDDITI. Insieme sulla rotta per Calais.

di Luciano Ummarino

Re e sudditi. Casetta Rossa a Calais. 2026

I sovrani e i naufraghi

C’è chi guarda il mondo sempre dallo stesso punto: dal podio, dal palco, dal trono. Sono i sovrani.

È uno sguardo che scende dall’alto verso il basso, che misura le persone in base alla distanza a cui riesce a tenerle, che ha bisogno di un piedistallo per restare in piedi.

E c’è chi, invece, il mondo lo guarda risalendo: dal fondo della stiva di una barca, dal fango di un campo, dal ponte di una nave in attesa di un porto che non arriva mai. Sono i naufraghi.

Non sono soltanto due modi diversi di osservare la realtà. Sono due modi opposti di abitarla. E ormai non si limitano più a ignorarsi: si scontrano ogni giorno, in ogni continente. Uno scontro che appare sempre più inevitabile, perché chi governa dall’alto ha smesso di considerare chi gli si oppone un avversario con cui confrontarsi e ha iniziato a trattarlo come un nemico da eliminare.

Non sarà uno scontro di eserciti — o almeno non soltanto, perché chi guarda dal basso le armi spesso non le possiede. Sarà soprattutto uno scontro fra due idee di mondo: chi elimina contro chi costruisce.

Da una parte ci sono coloro che hanno bisogno di un nemico per conservare il potere. E quel nemico lo individuano sempre nello stesso luogo: tra i poveri, tra chi migra, tra chi si mette in cammino.

Trump e la ricerca del nemico

Trump, restando alla cronaca più recente, apre una nuova stagione nel settembre 2025, quando firma l’ordine esecutivo che definisce gli antifa un’organizzazione terroristica interna. Pochi mesi dopo, nella strategia antiterrorismo pubblicata dall’amministrazione nel maggio 2026, l’estremismo di sinistra viene equiparato ad Al Qaeda e allo Stato Islamico.

Da quel momento la macchina repressiva accelera. Il 16 luglio 2026 il segretario di Stato Marco Rubio riunisce a Washington i rappresentanti di sessantasette Paesi, Italia compresa, in quello che viene informalmente definito il “vertice Antifa”. «È giunto il momento di annientare questo male per sempre», afferma aprendo i lavori.

Al suo fianco, Stephen Miller sostiene che questi movimenti utilizzino le libertà civili come copertura della violenza; il segretario al Tesoro Scott Bessent annuncia un rafforzamento dei controlli finanziari sulle ONG e sulle associazioni sospettate di sostenerli.

Solo un mese prima, in Texas, nove persone accusate di appartenere a una presunta “cellula Antifa” erano state condannate a pene comprese tra i trenta e i cento anni di carcere per una protesta davanti a un centro di detenzione dell’ICE. Per molti osservatori dei diritti civili quel processo rappresenta il primo vero banco di prova dell’utilizzo della legislazione antiterrorismo contro la sinistra americana.

Sul terreno, intanto, gli agenti dell’ICE fanno irruzione nei quartieri con il volto coperto e trascinano via intere famiglie dalle strade di Chicago e Los Angeles. Nel 2025, trentatré persone sono morte mentre si trovavano sotto la loro custodia: il dato più alto degli ultimi vent’anni. Nei primi sette mesi del 2026 se ne contano già più di venti, tra cui Renée Good e Alex Pretti, uccisi durante l’operazione Metro Surge a Minneapolis.

In quei passamontagna, nella paura trasformata in metodo di governo, molti riconoscono la stessa grammatica delle squadracce e dei cappucci bianchi del Ku Klux Klan.

Attorno a Trump, nel frattempo, è cresciuta una vera e propria internazionale del suprematismo e del sovranismo.

In El Salvador, Nayib Bukele ha trasformato il CECOT in un simbolo da esportazione: una gigantesca prigione costruita come manifesto politico, capace di rappresentare un’idea di ordine fondata sulla sospensione dei diritti. In Argentina, Javier Milei, nel nome dello «Stato minimo», ha colpito perfino i luoghi della memoria, riducendo drasticamente risorse e personale dell’istituzione che custodisce il ricordo delle vittime della dittatura.

In Russia, Vladimir Putin continua a scrivere la parola «impero» con i cingoli dei carri armati sull’Ucraina.

Benjamin Netanyahu mantiene Gaza sotto assedio e definisce legittima difesa ciò che una parte crescente della comunità internazionale considera una tragedia umanitaria senza precedenti.

Anche in Italia la destra di governo si inserisce dentro questa stessa cultura politica: un mondo che distingue tra chi avrebbe diritto di muoversi e chi, invece, dovrebbe chiedere il permesso perfino di esistere.

Una moltitudine che non resta a guardare

Eppure esiste una moltitudine che non resta a guardare.

Ogni giorno, mentre il potere costruisce muri, un arcipelago sempre più fitto di donne e uomini sceglie la disobbedienza e la cura.

A Calais, al confine settentrionale della Francia, ho incontrato una delle esperienze di solidarietà più straordinarie che abbia conosciuto. Il collettivo Woodyard taglia e distribuisce legna per riscaldare e cucinare nei campi; Refugee Community Kitchen prepara ogni giorno quasi mille pasti; Calais Food Collective porta acqua potabile dove gli Stati hanno deciso di non farla arrivare; Utopia 56 risponde, giorno e notte, a chiunque abbia bisogno lungo la costa.

Ognuno si assume la responsabilità di un diritto che nessuno garantisce più. Insieme ricompongono, pezzo dopo pezzo, un’idea di giustizia.

Nel Mediterraneo, la flotta civile continua a salvare vite umane, mentre decreti e sequestri cercano di fermarla nei porti. La sua colpa è aver risposto a una richiesta di soccorso.

La Global Sumud Flotilla continua a salpare pur sapendo che molte delle sue imbarcazioni verranno intercettate. Sumud, in arabo, significa fermezza: la scelta di restare saldi quando tutto spinge ad arretrare.

Noi stiamo con Spin Time. Re e sudditi, Calais 2026.

A Roma, in queste ore, Spin Time è diventato molto più di un edificio sgomberato. È una piazza. Una comunità che si organizza. C’è chi cucina, chi porta medicinali, chi allestisce un presidio sanitario, chi organizza spettacoli, musica e teatro, chi si prende cura dei bambini. Tutto viene condiviso con chi, da giorni, non può rientrare nella propria casa.

Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, una cosa è già accaduta: quella mobilitazione ha costretto anche le istituzioni a prendere posizione.

Tutto l’anno, sette giorni su sette, il Baobab Experience continua a fare la stessa cosa che fa dal 2015: proteggere le persone, non i confini.

E in Val di Susa, il movimento No Tav continua a opporsi a un’opera concepita per un’idea di sviluppo che oggi appare sempre più distante dalla realtà. Con il traffico merci in costante calo sulla linea esistente, perfino molti dei suoi antichi sostenitori faticano ormai a giustificarne l’utilità. Non è un caso che il Decreto Sicurezza abbia trasformato proprio la Tav in un’infrastruttura speciale, introducendo aggravanti specifiche contro chi la contesta: bloccare una strada o una ferrovia con il proprio corpo, anche in modo pacifico, può oggi costare fino a due anni di carcere. Eppure, proprio sabato scorso, centinaia di persone hanno  ancora una volta di fermato i cantieri di Chiomonte. L’ostinazione della comunità della valle racconta una convinzione maturata in oltre trent’anni di mobilitazione: che difendere un territorio significhi anche difendere un’idea diversa di futuro.

Ed è un arcipelago che non aspetta mai il permesso di nessuno. Se c’è da sfamare, sfama; se c’è da dissetare, porta cisterne d’acqua nei campi; se c’è da curare, cura; se c’è da difendere una casa da uno sfratto, si mette davanti alla porta; se c’è da rompere un assedio, organizza decine di imbarcazioni e salpa per infrangerlo, come ha fatto — e come farà ancora — la Sumud verso Gaza.

Casetta Rossa Bene Comune, Calais 2026.

A Calais ha perfino costruito una warehouse: un grande magazzino solidale nel quale arrivano, vengono raccolti e distribuiti vestiti, scarpe, coperte, tende, alimenti e tutto ciò che può servire alle persone costrette a vivere nei campi e nei boschi intorno alla città. Non è soltanto un deposito. È una macchina organizzativa fatta di volontari, cucine, turni, officine, mezzi di trasporto, raccolte internazionali e conoscenza quotidiana dei bisogni. Una piccola infrastruttura civile eretta nel luogo in cui gli Stati hanno scelto di costruire soprattutto recinzioni, controlli e polizia.

Nessun partito organizza i turni a Calais

Questo arcipelago agisce quasi sempre indipendentemente dalla politica istituzionale, spesso nella sua assenza e qualche volta contro le sue decisioni. Nessun partito organizza i turni nelle cucine di Calais. Nessun parlamento manda le cisterne d’acqua nei campi. Nessun ministero accompagna le famiglie minacciate di sfratto. Nessuna istituzione ha fermato le retate a Minneapolis: a provarci sono state le reti di quartiere, le sentinelle agli angoli delle strade, le persone che si avvertivano con i telefoni, che seguivano i mezzi degli agenti, che aprivano una porta a chi aveva bisogno di nascondersi.

Re e sudditi. Calais, 2026.

Lo stesso è accaduto in molte città degli Stati Uniti di fronte alle operazioni dell’ICE. Nei quartieri a forte presenza migrante sono nate reti di allerta rapida, fatte di vicini di casa, associazioni, chiese, collettivi e semplici residenti che si coordinano in tempo reale. Quando gli agenti dell’immigrazione entrano in una strada, la notizia si diffonde in pochi minuti: messaggi, telefonate, gruppi informali che segnalano i movimenti dei furgoni, persone che escono di casa per accompagnare chi rischia di essere fermato, altre che aprono le proprie abitazioni come rifugi temporanei. In alcune città queste strutture sono diventate veri e propri “rapid response networks”: una forma di protezione civile dal basso che pattuglia i quartieri, documenta le operazioni, offre assistenza legale immediata e tiene insieme una comunità sotto minaccia costante. In un paese in cui la deportazione può irrompere in qualsiasi momento, queste reti funzionano come una contro-infrastruttura: si attivano prima dello Stato, o proprio quando lo Stato si presenta come forza di espulsione.

Un esercito senza armi

È un esercito senza armi. Sfama invece di sparare, occupa case abbandonate invece di caserme, costruisce scuole invece di prigioni. Non conquista territori: li restituisce alla vita. Eppure proprio la sua esistenza rende visibile un’assenza: manca ancora una forza politica capace di camminargli accanto. Non per comandarlo, incorporarlo o trasformarlo nella propria organizzazione collaterale, ma per offrirgli strumenti, voce, visibilità e possibilità di durare. Una forza orizzontale, capace di mescolarsi con ciò che nasce dal basso senza sostituirsi a chi lo costruisce e senza limitarsi ad applaudirlo da lontano.

Per troppo tempo la sinistra ha oscillato fra due illusioni speculari. Da una parte, quella di poter cambiare la società semplicemente conquistando il governo; dall’altra, quella di poter cambiare il mondo rinunciando alla questione della politica. Le esperienze che hanno lasciato un segno raccontano invece un’altra storia. Il segreto non è mai stato scegliere fra movimento e partito, fra mutualismo e istituzioni, ma riuscire a tenerli insieme: fare della politica un’amplificazione di ciò che la società costruisce da sé, non la sua tutela e neppure la sua proprietaria.

È qui che Gramsci torna a parlarci. Il potere non risiede soltanto nello Stato e non si conquista esclusivamente occupandone le stanze. Si forma prima nella società civile: nelle relazioni, nel linguaggio, nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi in cui le persone imparano a riconoscersi e a immaginare come naturale un mondo diverso da quello esistente. L’egemonia non comincia con un decreto. Comincia quando un’altra maniera di vivere, aiutarsi e decidere insieme smette di apparire impossibile. Prima dei palazzi vengono i quartieri; prima delle elezioni, la costruzione paziente di una volontà collettiva.

In questo senso, il partito non dovrebbe essere il sovrano del movimento, ma — per usare ancora Gramsci — uno degli strumenti attraverso i quali una moltitudine dispersa acquista coscienza della propria forza e diventa capace di incidere sulla storia. Non una direzione separata che parla in nome del popolo, ma un’organizzazione che cresce dentro le sue esperienze, le connette e permette loro di riconoscersi come parti della stessa battaglia.

Lo dimostra, con la sua sua storia, il Sinn Féin. Oggi guida il governo dell’Irlanda del Nord con Michelle O’Neill, è la principale forza d’opposizione nella Repubblica d’Irlanda e siede al Parlamento europeo. Eppure, in oltre un secolo di esistenza, non ha mai smesso di essere anche un’organizzazione sociale, radicata strada per strada e quartiere per quartiere, dentro associazioni, comunità, campagne per i diritti, reti di assistenza e luoghi popolari. In prima fila dentro al conflitto. Lo stesso vale, nei Paesi Baschi, per una sinistra che ha costruito la propria forza restando immersa nelle comunità: nei sindacati, nelle organizzazioni giovanili, nelle esperienze culturali, nelle cooperative e nelle lotte territoriali. Dentro la società, non sopra di essa.

Ci ha provato anche la Grecia di Alexis Tsipras e di Syriza, e vale la pena ricordarlo senza ridurre quella storia alla sola capitolazione del 2015. Attorno al partito era cresciuta Solidarity4All, una rete di circa quattrocento strutture ed esperienze: ambulatori e farmacie sociali, mense, doposcuola, mercati senza intermediari, sportelli legali, reti contro gli sfratti, distribuzioni alimentari, perfino fabbriche chiuse dai proprietari e rimesse in produzione dagli operai licenziati.

Mentre l’austerità demoliva il welfare, cancellava posti di lavoro e privava migliaia di persone perfino dell’accesso alle cure, quella rete teneva materialmente in piedi pezzi del paese. Syriza provava a rappresentare quella società in parlamento e ai tavoli europei; Solidarity4All la organizzava nella vita quotidiana. È stata forse l’esperienza più compiuta di questo secolo nel tentativo di unire rappresentanza politica e autorganizzazione sociale.

Ed è anche per questo, forse, che l’Europa decise di piegarla. La pressione sui conti pubblici, la liquidità negata, le banche costrette a chiudere, un referendum vinto e poi svuotato, fino a obbligare Atene a sottoscrivere il memorandum che la maggioranza dei greci aveva appena respinto. Quella sconfitta mostrò certamente i limiti e gli errori di Syriza, ma fu anche un avvertimento: quando una società prova a organizzarsi fuori dalle compatibilità stabilite, la democrazia viene tollerata soltanto fino al momento in cui non mette davvero in discussione i rapporti di forza.

Oggi qualcosa di simile, in forme nuove e dentro un contesto completamente diverso, si può osservare negli Stati Uniti. A New York Zohran Mamdani non ha vinto da solo. Dietro la sua campagna — cinquantamila volontari e una mobilitazione elettorale che la città non vedeva da decenni — ci sono i Democratic Socialists of America: non soltanto una sigla che appoggia candidati, ma una rete militante presente nei cinque distretti, nelle vertenze degli inquilini, nelle campagne sindacali, nei consigli di quartiere e nei comitati scolastici.

Intorno a quell’area politica agisce anche Mutual Aid NYC, che mette in comunicazione chi ha bisogno di aiuto con chi organizza dispensari alimentari, doposcuola, distribuzioni, sportelli e forme di assistenza territoriale. La vittoria elettorale è arrivata alla fine di questo lavoro, non al suo principio. Prima sono venute le assemblee, le porte bussate, le vertenze sugli affitti, i legami costruiti nelle strade; dopo è arrivato il candidato capace di dare a quel mondo una voce comune.

«Sono le persone a decidere chi votare, non i miliardari», ha detto Mamdani. E il dato più significativo è che, una volta entrato in municipio, il suo consenso non si è ristretto alla coalizione che lo aveva eletto: nel luglio 2026 circa il 58 per cento dei newyorkesi dichiarava di approvarne il lavoro. Più di quanti lo avessero inizialmente sostenuto, mentre la parte socialista cresce dentro un Partito Democratico che fino a pochi anni fa la considerava una presenza marginale o un incidente da contenere.

Dal Michigan un altro segnale

Dal Michigan è arrivato, nelle stesse ore, un altro segnale di questa marea che monta dal basso. Abdul El-Sayed — epidemiologo, già direttore della sanità pubblica di Detroit e poi responsabile dei servizi sanitari della contea di Wayne — ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo Haley Stevens, candidata sostenuta da una parte consistente dell’establishment del partito e da una quantità enorme di denaro esterno, compresi gli investimenti dei gruppi legati ad Aipac.

El-Sayed è stato nettamente superato sul terreno della spesa elettorale, ma ha potuto contare su più di diecimila volontari e sul sostegno di Our Revolution, la rete nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders. Porta a porta, telefonata dopo telefonata, incontro dopo incontro, quella macchina popolare ha raggiunto centinaia di migliaia di elettori. Di nuovo, i molti hanno tenuto testa al denaro. Non perché il denaro abbia smesso di contare, ma perché un’organizzazione radicata può ancora impedire che sia l’unica forza a decidere.

A sostenere El-Sayed sono arrivati Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Anche la storia di Ocasio-Cortez nasce molto lontano dall’establishment democratico. Prima di entrare al Congresso lavorava come cameriera e barista e aveva partecipato come organizzatrice volontaria alla campagna di Sanders nel South Bronx. Nel 2018 sconfisse alle primarie Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato democratico di New York, grazie a una campagna costruita porta a porta nel Bronx e nel Queens.

Poco dopo si schierò accanto ai movimenti locali contro il progetto di Amazon di installare il suo secondo quartier generale a Long Island City in cambio di miliardi di dollari di incentivi pubblici. Fu una battaglia guidata da organizzazioni territoriali, sindacati e associazioni di inquilini, preoccupati per la crescita degli affitti, la trasformazione del quartiere, le condizioni dei lavoratori e il potere concesso a una delle imprese più ricche del mondo. Quando Amazon rinunciò al progetto, Ocasio-Cortez parlò di una vittoria dei newyorkesi comuni contro il potere economico della multinazionale.

Ora il suo nome compare sempre più spesso fra quelli dei possibili candidati alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Lei non ha annunciato una candidatura, ma neppure la esclude. Alla domanda diretta ha risposto di non averla «esclusa», lasciando aperta una possibilità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile: una donna arrivata al Congresso dalle lotte popolari del Bronx e del Queens, sostenuta dai movimenti degli inquilini e da un’organizzazione socialista, in corsa per la guida del più potente paese del mondo.

Se quell’ala arriverà davvero a giocarsi le primarie lo diranno i prossimi anni. Ma il punto non è soltanto il destino personale di Ocasio-Cortez, di Mamdani o di El-Sayed. Le candidature vengono dopo. Prima arrivano le reti, le sezioni, i sindacati, le campagne contro gli sfratti, le cucine popolari, le organizzazioni territoriali e il mutuo aiuto. Prima viene la costruzione lenta della fiducia; poi, eventualmente, la sua traduzione elettorale. È questa trama che rende possibile ciò che, fino al giorno precedente, sembrava politicamente irrealistico.

Per un’articolazione orizzontale che tenga insieme

Forse è proprio questo il compito che la sinistra del XXI secolo dovrebbe darsi: non scegliere se essere movimento o partito, ma costruire, mattone dopo mattone, un’articolazione orizzontale capace di tenere insieme le due cose. Non un partito che dirige dall’alto i movimenti, né movimenti che si limitano a testimoniare la propria alterità, ma un’intelligenza collettiva capace di trasformare il mutualismo in potere democratico senza svuotarlo della sua autonomia.

Significa essere già, da subito, cittadine e cittadini del mondo che si vuole costruire, mentre lo si costruisce. Come ha fatto, su scala più piccola, Ada Colau: dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca, il movimento che difendeva le famiglie dagli sfratti, alla guida di Barcellona; e poi di nuovo fuori dalle istituzioni, ancora per mare, con la Sumud verso Gaza. Non una traiettoria lineare dal movimento al palazzo, ma un continuo passaggio dall’uno all’altro, senza considerare il governo il punto d’arrivo definitivo né l’attivismo una stagione da abbandonare una volta conquistata una carica.

Ci vorrebbero mille magazzini solidali come la warehouse di Calais, mille navi come quelle della flotta civile, mille reti come quelle che proteggono i quartieri di Minneapolis. Ma servirebbe anche una forza politica capace di organizzarsi insieme a loro, di lasciarsene trasformare, di confondersi con loro senza inghiottirle. Chi guarda il mondo dal basso non aspetta il permesso di nessuno: costruisce già, ogni giorno. Manca chi, nella politica, abbia il coraggio di scendere dal palco e mettersi al suo fianco.

I sovrani vogliono sudditi: persone obbligate a domandare il permesso di esistere, di muoversi, di abitare un luogo. Per questo, alla fine, si ritrovano soli sul trono. Chi sfama, cura, salva e costruisce non ha bisogno di un passaporto per diventare cittadino del mondo che verrà: lo è già.

E non conta, scriveva Jean-Claude Izzo, il quartiere o la cité da cui vieni: «Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme».

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