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ROMA OLTRE LE NARRAZIONI SEMPLICI. Per non scambiare una parte con il tutto.

A cura di Francesca Mollo di Villetta Social Lab

In questi giorni, in cui sembra che ciascuno, perlopiù maschi,  abbia sentito l’urgenza di pubblicare il post più radicale sull’autogestione e la politica dal basso a Roma, mi è venuta in mente una riflessione che credo possa essere utile condividere. 

Ci sono due elementi che stridono. A volte, infatti, insieme alla giusta idea di una città solidale – quella che custodisce e supporta i luoghi di cultura, che sostiene le possibilità di auto-organizzazione e espressione per tuttə, favorisce forme di socialità gratuite e restituisce valore agli spazi vissuti – emergono questioni che non guardiamo con sincerità. 

Non prendere una parte e scambiarla per il tutto

Troppo spesso alcuni ragionamenti partono da un presupposto sbagliato: prendono sempre una parzialità e la scambiano per il tutto. Che questa sia miopia o l’esercizio stilistico di una sineddoche politica, poco importa.

Il primo tema è che emerge una visione appiattita dei fatti. Quando qualcuno ricostruisce le vicende dell’amministrazione capitolina degli ultimi trent’anni come un continuum di un modello ad una sola dimensione predatoria rispetto al patrimonio di Roma, dovremmo dirci che invece non tutto è uguale. Perché è vero che esistono poteri in città che da anni tentano, e talvolta riescono, ad imporre un’idea di città costruita sul saccheggio, che chiude spazi a favore dei capitali e che non prevede politiche pubbliche.

Allo stesso tempo, però, è vero anche che con limiti e differenze, e con non pochi problemi, la Roma di Rutelli e quella di Veltroni – quando, per esempio, furono restituiti a funzione pubblica molti spazi chiusi – non è la Roma di Alemanno o di Raggi e di Marino.

Un’idea di governo della città. Opera Camion 2026

Abbiamo dimenticato gli anni in cui non c’era possibilità di costruire spazi di intermediazione? Ad esempio, ricordiamo la giunta Raggi alle prese con la vicenda di Lucha y Siesta o con la Casa delle Donne? 

Non voglio qui ripercorrere tutti i passaggi, ma queste sono vicende che non solo rappresentano al meglio quale possa essere la funzione delle esperienze costruite dal basso, ma che possono anche ricordarci cosa significhi muoversi quando si hanno spazi di agibilità e mediazione, riuscendo ad attivare percorsi di riconoscimento delle realtà politiche e sociali.

Qualcosa di simile, alla fine, riguarda anche Spintime, che però deve vedersela con la proprietà, che è privata. 

Per questo, a volte, viene da chiedersi se abbiamo dimenticato l’impatto drammatico sulle occupazioni abitative del decreto Lupi, o di come la giunta Marino abbia applicato una visione puramente tecnica e amministrativa al patrimonio pubblico, producendo un attacco frontale a tante realtà autogestite.  

Per questo, ancora, tra luci ed ombre non possiamo dimenticare l’enorme sforzo di ascolto e produzione di soluzioni concrete fatto con l’approvazione della delibera sui beni comuni, di cui probabilmente ancora non siamo in grado di beneficiare, così come dell’opportunità dei poli civici o dei patti di comunità. 

Questi sono strumenti amministrativi che provano a dare un indirizzo politico al governo della città, a valorizzare il protagonismo di associazioni e realtà nate dalla partecipazione degli abitanti dei quartieri. Uno strumento a disposizione di ognuna e ognuno, possibilmente anche diversi dai comitati e dalle associazioni a noi più simili. 

È per questo che le storie a metà impediscono di capire cosa si può migliorare, cosa si deve proteggere e cosa dobbiamo valorizzare. Perché pagano un meccanismo che prevede solo il posizionamento più estremo contro chi oggi amministra – di certo non senza errori e a volte con poco coraggio e lungimiranza – ma che tuttavia, innegabilmente, sta costruendo una idea di città.

Un’idea da contendere, che prova a tenere insieme cose per molti di noi poco digeribili – come l’inceneritore – ed una città che lentamente ritrova identità, visione della dimensione pubblica e un tentativo di migliorare la qualità della vita per tutti e tutte. 

Un’idea di governo della città

Il secondo aspetto che mi preme far emergere, forse anche più importante, riguarda qualcosa su cui dobbiamo essere sinceri.

Il bisogno di tutelare le realtà culturali, le produzioni alternative, gli spazi e le esperienze che nel tempo hanno prodotto culture e eventi artistici al di fuori del circuito mainstream, riguarda probabilmente solo una piccola parte delle persone che abitano e vivono a Roma. 

Sono una ricchezza, è importante costruire la possibilità per queste esperienze culturali autogestite di essere valorizzate e supportate. Tuttavia, la maggioranza delle persone ha semplicemente bisogno di politiche pubbliche a tutela e promozione degli spazi di aggregazione, aperti a tuttə, con eventi gratuiti e di qualità per tutti e tutte, accessibili e che permettano di fruire della cultura e della socialità in modo libero e gratuito, e questa consapevolezza va consolidata come idea di diritti esigibili.

Insomma, è probabile che molti non abbiano idea della lotta del Teatro Valle, ma magari apprezzeranno la possibilità di andarci a prezzo calmierato con la Mic Card. 

Ed è fondamentale che una città come Roma assuma su di sé questo compito, come sta avvenendo anche grazie alle persone che sono nelle istituzioni. 

Mai come in questo periodo, oltre alle iniziative promosse dal Comune, ogni collettivo, ogni esperienza ha trovato visibilità, nel senso che comunque ha avuto spazio e cittadinanza in una vastissima programmazione culturale cittadina. 

I diversi bandi promossi hanno costruito l’infrastruttura necessaria per permettere a chi aveva progetti e idee di realizzarle in tutta Roma. 

Si può fare meglio – sempre -, ma è miope non riconoscere il bisogno della città di una visione culturale che tenga insieme la valorizzazione di esperienze autogestite e la possibilità di allargare la platea delle persone che partecipano agli eventi culturali e sociali, con attenzione alla garanzia di spazi pubblici e gratuiti che respiri e parli a tutte e tutti, non solo al singolo collettivo o esperienza. 

È questa un’idea di governo della città

Come lo è la vicenda del  Cinema Metropolitan, che è all’interno di una battaglia più ampia fatta e vinta dalle opposizioni in Regione per la tutela delle sale cinematografiche e la promozione dei terzi luoghi. 

Come lo è un’idea di città che faccia i conti con i cambiamenti climatici, ma che solo ora si è messa in cammino.

Va tutto bene? No.

Chi fa politica a Roma sa che dobbiamo ancora lottare per la difesa e il potenziamento di una città dei cittadini e delle cittadine, per arginare la speculazione, per difendere le aree verdi, per pensare risposte tangibili sulle politiche sociali e di genere, senza parlare di trasporti, pulizia, vicinato e sicurezza – e potremmo continuare all’infinito.  

Quello che davvero non dobbiamo fare, però, è pensare che la tutela del nostro mondo sia la tutela della città tutta. 

E chi davanti a politiche pubbliche che provano a intercettare, dare forma e possibilità di contare ai bisogni di tanti cittadini, pensa che questo sia solo un modo per asservire associazionismo e istituzioni alle esigenze predatorie del capitale – che esistono e sono forti – in realtà chi favorisce? Cosa semina?

Un’idea di governo della città. Per non scambiare una parte con il tutto.

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