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Affinità e divergenze tra il compagno Mamdani e noi al conseguimento della maggior affluenza.

di Roberto Eufemia

 

Astensione dall’impossibilità

Dopo Marche, Calabria e Toscana e con la chiusura dei seggi in Campania, Puglia e Veneto finisce questa tornata autunnale di elezioni regionali, consegnandoci un quadro politico immutato: ogni coalizione mantiene la guida della regione che già governava. Lasciamo qui da parte considerazioni e analisi dei risultati e ci focalizziamo su un dato fondamentale che, ormai, conforma la democrazia italiana come democrazia liberista matura, ovvero il fatto incontrovertibile che, ovunque, più della metà dei cittadini e cittadine ha preferito non esercitare il diritto di voto.

Da più parti, giustamente, si sono levate preoccupazioni sulla disaffezione elettorale perché questo configura una inquietante debolezza delle istituzioni democratiche.

Si evoca questa paura, tuttavia, senza farci fino in fondo i conti e si punta l’indice sulla scarsa offerta politica, sulla insufficienza della classe dirigente, sulla performatività dei candidati e delle candidate, sulla scarsa capacità dei mezzi di informazione di affrontare chiaramente i temi delle campagne elettorali. Tutte tematiche, per carità, presenti, ma che non centrano il punto, cioè la crisi della rappresentanza in una società liberista.

Astensione e crisi della rappresentanza nella società liberista.

Crisi della rappresentanza e nuova composizione di classe

Per crisi della rappresentanza intendiamo non solo crisi del momento elettorale, che è, casomai, solo l’attimo evidente di una tendenza che attraversa la società, quanto piuttosto una crisi tout court dei corpi intermedi:  dei partiti , dei sindacati, delle strutture collettive che durante la democrazia costituzionale della prima e seconda repubblica hanno regolato la capacità di organizzazione, azione e scelta della nostra società, che poi si manifestava nel momento del voto con scelte di appartenenza abbastanza solida – come nella prima repubblica proporzionale – o di polarizzazione mediatica bipolarista – come nella seconda repubblica maggioritaria.

Se guardiamo ai dati dell’affluenza delle elezioni parlamentari, per tutto il corso della prima repubblica votano più del 90% degli aventi diritto, e il dato si mantiene al di sopra del 80% durante le consultazioni dell’era bipolarista; è dal 2008 che si scende al di sotto, in una china costante. La stessa sorte riguarda, ampliata, le elezioni europee, che già avevano un affluenza minore, e le elezioni regionali.

Non è un caso che la tendenza all’astensione comincia ad approfondirsi dopo la crisi finanziaria del 2008 e tutto ciò che ne è conseguito: crisi del debito, pareggio di bilancio, governi tecnici, tagli ai servizi, privatizzazioni, precarizzazione; in sostanza perdita di potere d’acquisto e finanziarizzazione dei servizi sociali. La stessa presenza del M5S, che nel 2013 e nel 2018 ha convogliato il voto di protesta contro queste misure, non ha scalfito la tendenza al ribasso.

Quello che è utile verificare è la possibilità di reindirizzare il fiume verso i vecchi argini o se conviene imparare a nuotare nel nuovo letto, per non affogare tra i flutti dell’autoritarismo: l’ipotesi che proviamo ad azzardare è che un’affluenza bassa è connaturata a un pieno sviluppo della società liberista. D’altronde, se lo Stato non può più correggere le diseguaglianze e garantire il welfare, se l’Europa è un congegno lontano che cura solamente gli interessi delle banche, se gli enti locali non possono far fronte ai servizi e ai bisogni di prossimità e sono ancelle o vittime di interessi troppo più grandi, perché mai dovrei votare, qual è la scelta che sarei chiamato a fare, se le alternative sono di facciata?

Tutte queste domande retoriche e la diserzione dal voto che è la risposta più ovvia e più semplice, se vogliamo, raffigurano la sovrastruttura istituzionale della nuova composizione sociale: precarietà, povertà retributiva, economia della conoscenza, iperconnettività, socialità mediata, multilinguismo, inverno demografico, hanno preso il posto di alta occupazione, relazioni industriali simmetriche, welfare solido, casa di proprietà, famiglia tradizionale, identità etno-linguistica. Tutto è cambiato e le istituzioni che hanno rappresentato e mediato il conflitto del vecchio mondo non riescono a contenere e organizzare il nuovo.

Ma quindi, occorre scappare nel bosco o rincorrere l’evento che apre all’insurrezione?
Come sempre bisogna stare dentro e contro le contraddizioni della fase, le istituzioni date e immaginare la trasformazione.

Né ridere, né piangere”, ma “capire” diceva il Maestro e non tutti i mali vengono per nuocere.

Alza il Volume!

Se poniamo l’ipotesi che la tendenza all’astensione, e quindi all’indebolimento delle istituzioni del compromesso socialdemocratico, è il tratto maturo della nuova composizione di classe e della crisi del welfare nella società liberista (ed è una tendenza che si può riscontrare in tutta Europa e maggiormente dove la crisi del welfare e la nuova economia della conoscenza è più evidente) possiamo, allora, guardare con interesse all’epicentro della società liberista. Lì dove la partita del welfare si è risolta a favore delle forze padronali e della finanza ormai da mezzo secolo e dove è da mezzo secolo che sono rare le tornate elettorali che riescono a portare al voto più della metà delle persone – e solo le presidenziali riescono talvolta arrivare al 60%.

Ma proprio nella capitale finanziaria e simbolica dell’Impero che si verifica un fatto nuovo: Zohran Mamdani alza il volume e alza pure l’affluenza; un movimento multietnico ripone al centro del dibattito la questione di classe; dei soldi che servono a campare in una metropoli finanziarizzata e di come prenderli a chi ce ne ha troppi e spartirli con chi non ce la fa; e facendolo, questo movimento (che si chiama Zohran) non solo vince ma ritesse i legami comunitari. Usa la rete come strumento di organizzazione e rilancio, polarizza la discussione e impone all’istituzione di prossimità un nuovo protagonismo. Tutta la sinistra mondiale (la parola sinistra porta male e andrebbe abolita) osanna a ragione il giovanissimo sindaco e il suo programma e il fatto che ha portato a votare tanta tanta gente; nessuno dice però che l’affluenza si ferma al 40%, ma che doppia quasi la media degli ultimi vent’anni.Tutto risolto, quindi? Purtroppo no, New York è unica e non vogliamo unirci al coro di fare come Mamdani, ma possiamo dedurne tracce su cui lavorare.

New York ci insegna che una tornata elettorale può sviluppare un movimento, e che un movimento che si organizza può determinare l’agenda nel dibattito pubblico, esercitare egemonia dentro e contro il campo democratico, utilizzare efficacemente l’etica e la pratica del conflitto sociale contro il linguaggio della guerra. Le persone che vigilano e si oppongono ai soprusi dell’ICE, sono le stesse che facevano campagna per Zohran Sindaco, e soprattutto, sono le stesse persone che si sono riconosciute per strada nelle mobilitazioni contro il fatto politico del nostro tempo, ovvero il genocidio a Gaza. Riconoscersi per la Palestina, denunciare l’Israele globale che impone l’orizzonte di guerra e genocidio da Gaza fino a dentro casa nostra, è stato anche il modo per restituire coscienza, unità, prospettiva comune.

Un’altra lezione che possiamo leggere è la sconfitta del centro come luogo politico ed elettorale. Nel mondo a bassa affluenza e ad alta polarizzazione è politicamente deleterio e algebricamente insensato inseguire il fantomatico centro. La priorità è proprio il contrario: scegliere da che parte stare e attrezzare delle proposte comprensibili e rivendicabili.

Roberto Eufemia è Consigliere della Città metropolitana di Roma per Sinistra Civica Ecologista e Consigliere comunale per Genazzano in Comune.

 

 

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