La strada di Spin Time
L’estate denuda, ci sveste, persone coperte come siamo da vergogne, fragilità, timidezze o ipocrisie. Il caldo mette a nudo le questioni spinose e le vulnerabilità che non piace vedere. Rivela, con i corpi, le domande urgenti e macabre. Via Santa Croce in Gerusalemme, coperta da coloro che abitano e animano Spin Time, è ed è stata in questa settimana una distesa di corpi esposti, di corpi violati da privati senza scrupoli, aggrediti da istituzioni dell’ordine pubblico che gli hanno chiuso la porta in faccia. La porta di casa loro. Ci troviamo in un ordine di tipo monarchico. La destra fascista, meloniana, vannacciana, rocchiana, è una destra che si adegua, perché ne riconosce strategicamente la funzione, ad una tecnologia nera produttiva, ma in fondo, preferisce l’esposizione in piazza dei colpevoli. Colpevoli di cosa? Colpevoli di essere differenti da uomini e donne bianche, benestanti, conformi dentro un sistema che genera profitto per sé stessi, forse, e nulla più.

La strada di Spin Time è questo. Una strada di migranti, divergenti, ragazzi e ragazze impegnate, visionarie, anziani con problemi di cuore, pressione, stabilità mentale. Si è riversato in strada tutto ciò che si teme: il problema di salute, l’infanzia che si può ammalare, la diversa provenienza geografica, la povertà, il caldo, il pericolo della morte, la polvere. Ebbene sì, se si buttano fuori dalle loro case chi prova a vivere dignitosamente, lavorando, umilmente, rivendicando il diritto di abitare la città che ha scelto, se si riversa per strada con violenza e abuso la vita, quella vita scorre, provata e stanca, per quella strada. Si contorce, si disfa, si sbraca, forse anche puzza, su quella strada. Ma non muore, sanguina, ma non muore. Non muore, perché come sulla strada di Spin Time, scivola tra le crepe una luce. È dalle crepe che entra la luce, diceva Cohen. Dove scorre desiderio, solidarietà, mutande regalate, scatole di amuchina arrivate in soccorso, medicine per neonate fornite dalla medica di turno volontaria, esiste una forza di resistenza. Allora fragilità, questa esposizione massima di sofferenza, insieme all’esposizione massima di unione, di forza, spariglia ogni pensabile, il limite vero di chi si rifugia nella certezza del sistema patriarcale ordinato sulla sottomissione e sul dominio. Lo scompone, lo denuda, appunto.
Spin Time desnuda
Spin Time desnuda. Certo, c’è sempre la burocrazia: il capitalismo, la finanza, hanno dettato le loro regole. Quello che però destabilizza questo sistema di potere dominante non è avere la forza di controbattere con la stessa moneta, ma ciò che più lo spaventa: la relazione e la creatività, la possibilità di tenersi per mano in ciabatte usurate. La vicenda di Spin Time apre questa questione: vogliamo tenerci la mano in ciabatte usurate al centro della nostra città, che vogliamo viverci, da persone fragili, esposte e vulnerabili. Le nostre differenze hanno il diritto di invadere le piazze, di mostrare il volto al Colosseo, di aprire le braccia ai Fori, perché è tutta nostra la città. Questa amministrazione capitolina lo sa e non si spaventa di denudarsi o vedere gente con i propri problemi riversi su una strada. Se ne vuole fare carico, ha fatto una trattativa per comprare lo stabile e trovare un accordo ponte per farle rientrare, a fronte del diniego della controparte a vendere, cerca soluzioni alternative, con l’idea di preservare l’esperienza di comunità. Bisogna che ci alleniamo a guardarci allora così, a strutturare così le future politiche abitative. Così significa senza la paura di vergognarsi, di essere persone intime, vicine, di sentirsi addosso odori e profumi di vita.





