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Più libri Più poveri. La fiera dagli occhi di un editore.

Valerio Valentini, readerforblind edizioni.

Più Libri Più Liberi avrebbe dovuto essere la casa della piccola e media editoria.

Questo era lo spirito originario: uno spazio dedicato a chi costruisce cultura ogni giorno senza colossi alle spalle, senza uffici stampa milionari, senza campagne lanciate dalle multinazionali della comunicazione. Era l’idea di dare un palco a chi, per raccontare storie, mette in gioco risorse personali, tempo sottratto alla famiglia, alle tutele e alla sicurezza economica.

Più libri più poveri. Articolo di Valerio Valentini. 2025

Eppure, oggi, questa fiera non appare più come una casa accogliente. Somiglia piuttosto a un palazzo in cui alcuni vengono ricevuti nei salotti buoni, serviti e riveriti, mentre altri restano relegati negli atrii, con la sola funzione di riempire spazi e giustificare l’esistenza dell’evento. Una “presenza scenografica” che paga per esserci, mentre altri traggono prestigio, visibilità, notorietà e ritorno mediatico proprio dal contributo, economico e pratico, di chi vive schiacciato tra costi, fatica e indifferenza.

Già dal giorno dell’allestimento era tutto chiarissimo: parcheggi impossibili, nessuna area di carico/scarico, chilometri a piedi trascinando scatole, roll, scaffali; ascensori che non funzionano o funzionano “a voce”, nel senso che ti dicono: “Adesso no, tra mezz’ora forse, provate dall’altro lato”, come se stessimo entrando nel backstage di un concerto invece che in una fiera costruita con i soldi di chi espone. All’entrata, caos totale. Dentro, rassegnazione. È frustrante realizzare che chi paga lo spazio è trattato come un ospite di troppo, mentre tutto il resto gira attorno a eventi mondani, salotti buoni e passerelle di chi, spesso, del nostro settore conosce soltanto la comodità della parte alta della piramide.

Quest’anno, poi, abbiamo assistito a una scena surreale: nel mezzo delle polemiche, nel mezzo delle difficoltà, nel mezzo della fatica vera di chi stava lavorando davvero negli stand, nasce come se niente fosse un comitato per la libertà di parola, con foto di gruppo sorridente, grandi dichiarazioni, e in bella evidenza la solita élite culturale che, guarda caso, riesce sempre ad avere voce dove tutti gli altri restano muti. Nelle immagini, in prima fila, la direttrice stessa della fiera, e verrebbe da chiedersi se si rendano conto dell’ironia: proclamare libertà di parola quando per giorni interi la parola di chi la fiera la paga, la monta, la smonta e la fa vivere è rimasta ignorata, se non addirittura trattata come rumore di fondo.

Forse è proprio questo che brucia più della fatica di trascinare scatole dal parcheggio, del tornare a casa col bilancio in perdita: quel sorriso perfetto nella foto, quella complicità di gruppo, quel sentirsi nel posto giusto mentre tutto il resto sta altrove, a sudare, a lavorare, a tacere. Perché senza i “piani bassi” di questa fiera, non ci sarebbero piani alti. Non ci sarebbero ingressi, numeri, comunicati trionfalistici. Senza (anche e soprattutto) i piccoli editori, la cultura non circola: ristagna. Ma il sistema, e lo dico senza giri di parole, tutela solo chi è già forte, già noto, già ben agganciato. È un tavolo apparecchiato in cui il conto lo pagano sempre gli stessi, ma il brindisi lo fanno altri.

Più libri più poveri. Articolo di Valerio Valentini. 2025

Poi, certo: la grande polemica legata a un editore in particolare ha generato il dibattito, ha acceso i riflettori, ha creato affluenza, ha portato vendite. A qualcuno ha fatto molto comodo. Ma il punto non è quel singolo editore. Il punto è che tutto si risolve in clamore quando conviene e si spegne in silenzio quando riguarda problemi strutturali, pratici, quotidiani. Alla fine, chi ha fatto notizia ha venduto, chi ha organizzato può dire che l’affluenza è stata un successo, e chi ha pagato lo stand torna a casa contando i danni e chiedendosi se il prossimo anno avrà ancora senso esserci.

E allora lo dico come lo direbbe chi torna a casa dopo aver smontato, sudato, atteso ascensori che “vanno solo sotto” e ascoltato promesse che vanno solo in alto: non possiamo più essere tappezzeria, e non possiamo pagare per esserlo. Farci pagare per rendere prestigiosa la passerella di pochi non è cultura: è un modello che si nutre della resa degli altri.

Se questa fiera vuole essere un luogo di incontro, ascolti chi ogni anno mette letteralmente le mani, la schiena e i risparmi in questo appuntamento. Altrimenti sia detto chiaramente: non siamo scenografia, non siamo il pubblico plaudente, e non siamo il pretesto per fare statistiche. Siamo quelli che pubblicano libri tutti i giorni, anche quando non ci sono fotografi. E senza di noi, senza quello che facciamo in silenzio, senza quello che trasciniamo, letteralmente, dai parcheggi fino agli stand, la prossima foto di gruppo non avrà nemmeno lo sfondo.

Io, oggi, questo l’ho capito molto bene.

Valerio Valentini è nato a Roma nel 1982. Vive e lavora a Ladispoli. Scrittore e editore ha all’attivo diverse pubblicazioni di racconti sia su riviste che cartacee. Dal 2021 è il direttore editoriale di readerforblind edizioni.

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