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LA SCUOLA OLTRE LA PROPAGANDA. L’istruzione non è ordine e disciplina.

di Filippo Martellacci

La scuola non è una questione disciplinare

Ancora una volta la scuola viene utilizzata come terreno per costruire un messaggio politico
fondato sull’identità e sulla contrapposizione. Il nuovo provvedimento approvato dal
Consiglio dei ministri, con decreto d’urgenza, mette al centro gli studenti stranieri, il burqa e
il niqab e le famiglie migranti, trasformando la presenza di una parte della popolazione
scolastica in un problema da disciplinare
. È una scelta che alimenta una narrazione razzista
e discriminatoria, spostando l’attenzione dalle condizioni reali in cui milioni di studenti vivono
e studiano.

Il problema non è soltanto ciò che il provvedimento contiene, ma anche ciò che porta al
centro del discorso pubblico. In un momento in cui la scuola avrebbe bisogno di una
discussione seria sulle risorse, sull’edilizia, sul personale e sulle disuguaglianze educative, il
Governo sceglie di costruire una parte importante della propria agenda attorno a temi
identitari, capaci di produrre immediatamente contrapposizione e consenso. La scuola
diventa così ancora una volta il palcoscenico di una guerra culturale: da una parte l’idea di
una scuola da proteggere da ciò che viene rappresentato come estraneo, dall’altra i
problemi concreti di una scuola che ogni giorno deve fare i conti con carenze strutturali e
risorse insufficienti.

L’istruzione non è ordine e disciplina. La scuola come infrastruttura sociale. Valditara.

Secondo i dati riportati in
Parlamento, la voce relativa a edilizia scolastica e sicurezza subisce riduzioni di circa 98,5
milioni di euro nel 2026, 179,8 milioni nel 2027 e 196,5 milioni nel 2028.

Oltre l’identità: chi parla delle condizioni del sistema?

Sono temi che possono essere discussi, ma il punto è un altro: quale spazio occupano
rispetto alle vere emergenze della scuola?
E soprattutto, perché quando si parla di
istruzione il dibattito pubblico viene così spesso spostato sulla disciplina e sull’identità invece
che sulle condizioni materiali del sistema?

Perché la scuola italiana ha soprattutto bisogno di risorse, personale e strutture adeguate.
E proprio sulle risorse il quadro è tutt’altro che rassicurante. Secondo i dati riportati in
Parlamento, la voce relativa a edilizia scolastica e sicurezza subisce riduzioni di circa 98,5
milioni di euro nel 2026, 179,8 milioni nel 2027 e 196,5 milioni nel 2028.
Anche il Fondo
unico per l’edilizia scolastica viene ridotto.

Numeri che fanno emergere una contraddizione: mentre si annunciano nuove riforme della
scuola, continuano a mancare risorse sufficienti per affrontare problemi molto più concreti.
Edifici vecchi, manutenzione, sicurezza, palestre e laboratori sono questioni che incidono
ogni giorno sulla vita degli studenti e di chi nella scuola lavora.

Secondo i dati richiamati in Parlamento, tra settembre 2024 e settembre 2025 sono stati
registrati 71 crolli
nelle scuole, in aumento rispetto ai 69 dell’anno precedente.

E mentre si parla di emergenze culturali e di studenti da disciplinare, la precarietà continua a
essere una delle condizioni strutturali del sistema scolastico. L’elevato turnover del
personale e i continui cambi degli insegnanti di sostegno rendono difficile garantire quella
continuità educativa che dovrebbe essere uno dei presupposti fondamentali della scuola
pubblica.

La scuola come infrastruttura sociale

Questa distanza tra la propaganda e la realtà quotidiana è forse il dato politico più
importante.

Perché la scuola non è soltanto il luogo in cui si trasmettono nozioni. È una delle principali
infrastrutture sociali del Paese:
è il luogo in cui si incontrano persone provenienti da
condizioni economiche, sociali e culturali differenti, nel quale si costruiscono relazioni e
possibilità di emancipazione. Per questo motivo, decidere come organizzare la scuola
significa decidere anche quale società si vuole costruire.

Ed è proprio qui che le trasformazioni degli ultimi anni dovrebbero essere guardate nel loro
insieme.

Da una parte ci sono i tagli e le difficoltà strutturali; dall’altra una continua produzione di
riforme che intervengono sul comportamento degli studenti
, sull’organizzazione dei percorsi,
sugli istituti tecnici e professionali e sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro.

Ordine e disciplina, ma i tetti crollano

La scuola viene così sempre più raccontata attraverso le categorie della disciplina, della
responsabilità individuale, della prestazione e dell’occupabilità.
Lo studente rischia di essere
considerato innanzitutto come qualcuno da orientare rapidamente verso un percorso
produttivo, mentre passa in secondo piano la funzione della scuola come spazio di
formazione critica, crescita personale e partecipazione democratica.

Anche la riforma degli istituti tecnici e professionali si inserisce in questo dibattito. Il
rafforzamento del rapporto tra istruzione, formazione e sistema produttivo può essere
presentato come una risposta alle esigenze del mercato del lavoro. Ma la domanda da porsi
è un’altra: la scuola deve adattarsi alle necessità immediate del mercato oppure deve
anche fornire agli studenti gli strumenti per comprendere e trasformare la realtà in cui
vivono?

Perché una scuola pubblica non dovrebbe avere come unico obiettivo quello di produrre
lavoratori più facilmente collocabili. Dovrebbe formare persone capaci di pensare,
partecipare, criticare, organizzarsi e scegliere consapevolmente il proprio futuro.

Lo stesso vale per le politiche sulla disciplina. Rafforzare continuamente gli strumenti
sanzionatori e spostare il discorso pubblico sulla condotta degli studenti
può essere una
risposta semplice a problemi che semplici non sono. Disagio, abbandono scolastico,
conflitto, demotivazione e difficoltà di apprendimento non possono essere affrontati soltanto
attraverso la punizione. Richiedono tempo, personale, ascolto, psicologi, educatori, spazi e
investimenti.

E qui si torna al punto di partenza: la repressione è più facile dell’investimento.

Da infrastruttura sociale a luogo di controllo e selezione

È più facile introdurre una nuova sanzione che assumere personale. È più semplice
annunciare una nuova regola che ristrutturare un edificio. È più immediato individuare un
capro espiatorio
— lo studente straniero, il ragazzo indisciplinato, chi protesta — che
affrontare le disuguaglianze sociali ed economiche che entrano ogni giorno dentro le aule.
Anche il rapporto con le proteste studentesche diventa, in questo senso, significativo. Invece
di interrogarsi sulle ragioni del conflitto e sulle condizioni che lo producono, il dissenso
rischia di essere interpretato prevalentemente come un problema di ordine pubblico
. Ma una
scuola democratica dovrebbe essere anche il luogo in cui si impara a dissentire, a discutere
e a mettere in discussione le decisioni del potere.

Il rischio complessivo è quello di una trasformazione culturale della scuola: da infrastruttura
sociale a luogo di controllo e selezione.
Una scuola nella quale si chiede agli studenti di
adeguarsi, alle famiglie di conformarsi, ai lavoratori di sopportare la precarietà e agli istituti di
rispondere sempre più rapidamente alle esigenze del mercato, mentre le risorse necessarie
per garantire un’istruzione realmente pubblica rimangono insufficienti.

È in questo quadro che il nuovo provvedimento assume un significato politico più ampio.
Non è soltanto una nuova norma sulla scuola. È un altro tassello di un modo di affrontare i
problemi attraverso l’individuazione di categorie da controllare e di emergenze da risolvere,
mentre le cause strutturali vengono lasciate sullo sfondo.

Il risultato è una scuola sempre più chiamata a gestire le conseguenze delle disuguaglianze
senza avere gli strumenti per affrontarne le cause.

Il problema, allora, non è soltanto ciò che questo decreto stabilisce. È la direzione verso
cui viene spinta la scuola pubblica.

Una scuola impoverita, precarizzata e sottoposta a continue riforme rischia di perdere
progressivamente la sua funzione sociale.
E quando le risorse diminuiscono, il personale
manca e gli edifici cadono a pezzi, il problema non può essere risolto costruendo nuove
emergenze identitarie.

La scuola italiana non ha bisogno dell’ennesima emergenza costruita attorno al titolo del
giorno. Ha bisogno di investimenti, stabilità e di una politica che torni a considerare
l’istruzione una priorità concreta.

Perché mentre si discute di chi può stare in una classe, di come deve vestirsi e di come
deve comportarsi, quelle classi hanno ancora bisogno di essere sicure, attrezzate e
adeguatamente finanziate.

E soprattutto hanno bisogno di tornare a essere luoghi in cui gli studenti non vengano
semplicemente disciplinati o preparati al mercato del lavoro, ma messi nelle condizioni di
comprendere il mondo e cambiarlo
.

La scuola come infrastruttura sociale. VISIONARIA 2026

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