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LA CITTÀ IN CRESCENDO.

Infrastrutture di crescita e architetture dell’infanzia per cambiare le politiche urbane. E non solo.

di Lorenzo Giardinetti e Francesca Vetrugno

Bambine e bambini. Crescono loro, cresciamo noi.

La cura durante la crescita, dall’infanzia fino all’autonomia e all’indipendenza sociale, non è mai un atto unilaterale. Non riguarda soltanto chi la riceve, né si esaurisce nella relazione tra chi ha bisogno di cura e chi se ne fa carico. È un processo collettivo, che coinvolge famiglie, comunità, istituzioni e territori. Le politiche pubbliche che scelgono di investire in questa dimensione producono benefici trasversali, generano opportunità e contribuiscono a migliorare la qualità della vita di tutte e tutti.

È da questa consapevolezza che immaginiamo la Città in crescendo: una città non sia soltanto un luogo in cui si abita, si lavora e si consumano servizi, ma uno spazio nel quale si cresce, si costruiscono relazioni, si acquisiscono autonomie e si immaginano possibilità. Una città che si prende cura di chi cresce è una città che investe nel proprio futuro, ma anche nel proprio presente.

Viviamo in un tempo segnato dalla contrazione del welfare pubblico e delle risorse destinate ai servizi essenziali, dalla trasformazione delle città sotto la pressione degli interessi immobiliari e finanziari e la conseguente privatizzazione degli spazi e delle opportunità.

Un tempo di solitudini e atomizzazione sociale alimentate da un modello economico che tende a comprimere il tempo di vita e a indebolire le relazioni di comunità.

Possiamo pensare che, per alcune generazioni, sia ormai troppo tardi per rimettere a posto così tante cose in un tempo relativamente breve. Ma non possiamo accettare che questo stesso quadro venga consegnato, immutato, a chi deve ancora affacciarsi alla vita quotidiana, conquistare la propria autonomia e costruire il proprio posto nel mondo.

E forse, proprio lavorando per loro, possiamo tornare a prenderci cura anche di noi stessi.

Dal welfare che manca alle possibilità che possiamo costruire

I Municipi di Roma non dispongono di poteri, strumenti e risorse sufficienti per compensare da soli l’assenza di un sistema di welfare strutturale, universale e adeguatamente finanziato. Non possono risolvere le contraddizioni del mercato del lavoro, invertire da soli le disuguaglianze economiche o sostituirsi alle responsabilità degli altri livelli istituzionali.

Possono, tuttavia, fare qualcosa di importante: sperimentare, mettere in relazione risorse esistenti, costruire alleanze, aprire spazi di partecipazione e inventare, con una certa dose di audacia creativa, nuove possibilità di intervento pubblico.

Questo non significa accontentarsi di risposte locali a problemi strutturali, né accettare l’arretramento del welfare come un dato inevitabile. Significa riconoscere che, anche dentro limiti istituzionali e finanziari molto concreti, esistono margini per costruire risposte capaci di incidere sulla vita delle persone e di indicare una direzione diversa.

In questi anni abbiamo sperimentato come le politiche per l’infanzia e l’adolescenza potessero diventare molto più di un ambito specifico dell’azione amministrativa. Sono state, innanzitutto, un punto di osservazione privilegiato per leggere i bisogni del territorio; poi, uno strumento per costruire risposte collettive; infine, le infrastrutture materiali sulle quali provare a immaginare un modello alternativo di welfare e di città.

Abbiamo scoperto che investire nell’infanzia significa intervenire anche sulle condizioni di vita delle famiglie, sull’accessibilità degli spazi pubblici, sulle opportunità educative, sulla socialità dei quartieri e sulla possibilità di conciliare tempi di lavoro, tempi di cura e tempi di vita.

Le politiche educative e di cura non sono un settore separato del welfare: sono una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui il welfare prende forma nella vita quotidiana.

È qui che l’educazione incontra le politiche sociali, il lavoro incontra la cura, la scuola incontra il territorio e lo spazio pubblico diventa una risorsa condivisa. È qui che il welfare integrato smette di essere soltanto un principio organizzativo e diventa un’esperienza concreta, accessibile e riconoscibile dalle persone.

Gli spazi educativi integrati: costruire un’infrastruttura pubblica di cura

Tutto è cominciato dagli spazi educativi integrati: un modello di centri estivi sviluppato attorno a pochi elementi essenziali, ma decisivi: infrastrutture e risorse economiche pubbliche, reti sociali e accessibilità universale.

Il Municipio ha messo a disposizione il patrimonio pubblico per eccellenza del territorio, quello delle scuole, insieme alle risorse necessarie a contenere i costi per le famiglie e a garantire strumenti di inclusione e accessibilità.

Le realtà sociali, le organizzazioni del Terzo settore e le esperienze di attivismo educativo presenti nei quartieri hanno raccolto questa disponibilità, trasformandola in una rete diffusa di opportunità. Sono stati attivati più di venti centri estivi, distribuiti nei diversi quartieri del Municipio.

L’inclusione sociale, economica e delle bambine e dei bambini con disabilità non è stata considerata un intervento aggiuntivo, destinato a rispondere separatamente alle esigenze di alcuni. È diventata, fin dall’impostazione del modello, un criterio per progettare spazi capaci di accogliere tutte e tutti, riconoscendo differenze, bisogni e possibilità.

La prospettiva è stata quella di costruire un contesto educativo integrato, nel quale l’accessibilità non fosse un’eccezione e la partecipazione non dipendesse dalle condizioni economiche della famiglia o dalle caratteristiche individuali di chi lo frequentava.

Negli anni, questi spazi hanno registrato una frequentazione media di circa quasi 2.000 presenze ogni estate, accompagnata da richieste sempre più frequenti di ampliamento della programmazione.

In poco tempo, le prime settimane di settembre sono entrate stabilmente nel calendario dei centri estivi. Successivamente sono stati attivati anche centri invernali, per rispondere alle esigenze delle famiglie durante alcuni periodi di chiusura delle scuole, comprese le vacanze natalizie.

L’esperienza ci ha restituito una consapevolezza fondamentale: non stavamo semplicemente offrendo un servizio accessorio, né predisponendo un luogo in cui lasciare i bambini per qualche ora. Stavamo rispondendo a un bisogno concreto, materiale e collettivo. Stavamo costruendo un’infrastruttura di welfare pubblico capace di sostenere migliaia di presenze e centinaia di famiglie, mettendo a disposizione tempo, relazioni, opportunità educative e risorse condivise.

Perché l’iperflessibilità del lavoro, la precarizzazione, l’aumento delle difficoltà economiche e la crescente pressione sui bilanci familiari hanno progressivamente eroso la possibilità di disporre di stagioni libere e periodi di riposo. I tempi del lavoro non coincidono con quelli della scuola, i bisogni di cura non si interrompono quando i servizi chiudono e le responsabilità familiari non possono essere affrontate sempre e soltanto attraverso risorse private.

In questo scenario, garantire opportunità educative accessibili significa anche sostenere il lavoro, alleggerire il carico di cura, ridurre le disuguaglianze e restituire tempo alle persone.

È un esempio concreto di welfare integrato: una politica educativa che produce effetti sociali, una risorsa pubblica che sostiene le famiglie, una rete territoriale che rafforza le comunità.

Cambiare le politiche del lavoro e trasformare il sistema economico di un Paese è un’impresa troppo grande per un Municipio. Costruire risposte concrete che accompagnino le famiglie e le nuove generazioni, invece, è possibile. E può rappresentare un punto di partenza per rivendicare politiche strutturali più ambiziose.

La Città in crescendo: quando le politiche educative diventano politiche urbane

Non si tratta di uno scarico di responsabilità, né di un arretramento delle istituzioni o, peggio ancora, dell’accettazione passiva delle condizioni in cui viviamo.

Si tratta di comprendere che, quando hai poco potere, la risposta non è necessariamente concentrarlo ulteriormente, ma metterlo in circolo. Quando le risorse sono limitate, devi imparare a connetterle. Quando la strada si restringe e le prospettive sembrano esaurirsi, devi allargare il campo, coinvolgere nuovi soggetti e riconoscere possibilità che prima non vedevi.

È una scelta politica precisa: non rinunciare alla responsabilità pubblica, ma esercitarla anche attraverso la costruzione di alleanze, la condivisione delle risorse e l’attivazione delle energie presenti nei territori.

Se la città è, per definizione, il luogo dell’abitare, la Città in crescendo è il luogo in cui non soltanto abiti, ma cresci.

Non è un istante, un luogo di consumo o una fotografia immobile. È una storia, un percorso di cura, una sequenza di bisogni e risposte che cambiano nel tempo. È l’insieme delle condizioni materiali, educative, sociali e relazionali che permettono a una persona di crescere, acquisire autonomia e partecipare pienamente alla vita collettiva.

E, proprio perché la crescita è un processo, anche la città deve essere capace di evolvere. Se un fotogramma è guasto, a volte è necessario registrare nuovamente tutta la pellicola: non basta intervenire sul singolo servizio, se è l’organizzazione complessiva della vita urbana a non rispondere più ai bisogni delle persone.

Se la città si espande per vocazione, per necessità e per il riconoscimento di nuovi diritti, devono espandersi anche le infrastrutture attraverso cui questi diritti diventano effettivi.

Scuole, centri educativi, ludoteche, spazi sportivi, luoghi di aggregazione e presìdi di comunità non sono semplicemente servizi da collocare all’interno della città. Sono parte della struttura che rende la città abitabile, accessibile e capace di futuro.

Per questo i servizi educativi devono essere riconosciuti come servizi fondamentali per l’intera comunità urbana. Non soltanto perché rispondono ai bisogni delle bambine, dei bambini e delle loro famiglie, ma perché contribuiscono a costruire relazioni, contrastare le disuguaglianze, rafforzare la coesione sociale e dare nuovo significato agli spazi pubblici.

In questa prospettiva, le politiche educative diventano anche politiche urbane, culturali, sociali e di promozione della salute. Le politiche di cura diventano politiche del tempo, del lavoro e della partecipazione. La progettazione degli spazi pubblici diventa parte di una strategia di welfare territoriale.

La Città in crescendo significa proprio questo: smettere di considerare educazione, cura, urbanistica, cultura e socialità come ambiti separati e cominciare a progettarli come parti di un’unica politica della città.

Allargare lo sguardo e includere nuovi soggetti nella lettura della metropoli, ça va sans dire, significa riconoscere una maggiore complessità dei bisogni. Ma significa anche moltiplicare le risposte possibili, perché ogni nuovo soggetto coinvolto può portare competenze, risorse, relazioni e capacità di immaginare soluzioni diverse.

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