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QUELLO CHE NON CONOSCIAMO. Un’analisi delle piazze di questi giorni.

In queste ore ho letto molte analisi su quello che è accaduto nelle piazze. Alcune mi hanno aiutato a capire, altre mi hanno lasciato la sensazione che avessimo già una risposta prima ancora di sapere bene che cosa fosse successo. Adesso scrivo anch’io, con una contraddizione di cui mi accorgo mentre cerco le parole: vorrei invitare alla prudenza nei giudizi e sto per aggiungere il mio. Provo almeno a partire dalle cose che ancora non capisco.

In Francia, le settimane che hanno preceduto sabato sono state attraversate da un movimento studentesco che ha saputo organizzarsi e costruire alleanze, mantenendo la propria indipendenza. Nelle assemblee, nei blocchi delle scuole e nelle strade, quella generazione aveva già sperimentato il conflitto con le forze dell’ordine, anche attraverso l’uso della forza. La radicalità delle pratiche, la resistenza alle cariche, la volontà di difendersi appartenevano già alla storia della mobilitazione. Sabato ne sono cambiate la diffusione e l’intensità.

Da Luciano Ummarino, 2026. Facebook

Da Parigi a Marsiglia, fino all’incendio che ha devastato il municipio di Limoges, abbiamo visto una giornata di scontri durissimi, assalti ai negozi e incendi, con molti feriti. A Parigi è morto un manifestante dopo un malore, secondo quanto riferito dalla prefettura. Ridurre tutto alla consueta litania sui teppisti significa sottrarsi alla questione politica. La mobilitazione attraversa scuole e città, coinvolge le periferie e il centro di Parigi, fa incontrare percorsi e condizioni sociali differenti. La disponibilità al conflitto che esprime non può essere spiegata soltanto con il disagio delle banlieue. Riguarda anche chi studia nei licei, chi si è organizzato nelle assemblee, chi ha cominciato a manifestare per avere insegnanti e aule dignitose. È una dimensione generazionale con la quale dobbiamo fare i conti.

Anche il modo in cui discutiamo della violenza finisce spesso per nasconderne le origini. Guardiamo la piena e quasi mai gli argini: quanto siano diventati stretti, quanta forza occorra per costringere una generazione dentro una vita che non ha scelto. Per molti giovani, diventare autonomi significa fare i conti con affitti che assorbono uno stipendio e lavori che non permettono di progettare molto oltre il mese successivo. Il futuro continua a dipendere dalle risorse della famiglia, proprio mentre viene raccontato come il premio del merito individuale. Una scuola impoverita fatica a correggere le disuguaglianze di partenza; l’accesso alle cure e alla cultura risente sempre più delle possibilità economiche. Si assottigliano così le garanzie pubbliche che dovrebbero consentire a ciascuno di scegliere come vivere.

Intanto, ovunque si esibisce il successo e si sollecita a inseguirlo. Al confronto sui risultati si aggiunge quello sull’immagine di sé, dentro una competizione che raggiunge il corpo e le relazioni, esige visibilità e lascia spesso la sensazione di essere inadeguati. In questa idea del successo c’è anche un’impronta abilista: il valore delle persone viene misurato sulla loro capacità di essere efficienti e autonome, mentre chi ha bisogno di sostegno rischia di essere considerato un peso. Il divario fra ciò che viene promesso e ciò che è possibile ottenere si trasforma facilmente in una colpa personale. Persino la fatica di reggere quella pressione può diventare un’altra prova da superare in solitudine. È una costrizione quotidiana che ci siamo abituati a considerare normale, finché chi la subisce prende parola in forme che ci sorprendono. Allora arrivano le richieste di ordine, molto più rapidamente delle risposte che sono mancate.

In Spagna, Maricarmen è morta senza poter tornare nella casa dalla quale era stata sfrattata a ottantasette anni. La mobilitazione intorno a lei ha fatto incontrare la lotta per una vecchiaia dignitosa e quella di chi, giovanissimo, non riesce nemmeno a immaginare una casa propria. La questione dell’abitare ha investito l’intero assetto politico: dopo la bocciatura parlamentare dei decreti con cui il governo cercava di rispondere alla crisi, Sánchez ha chiuso anticipatamente la legislatura e convocato le elezioni per il 29 novembre. La battaglia per restare nella propria casa ha contribuito a cambiare l’agenda di un Paese.

Negli Stati Uniti, i No Kings hanno cercato un seguito diverso per le grandi mobilitazioni contro Trump, convocando oltre tremila appuntamenti per favorire il voto anticipato e organizzarsi a difesa delle elezioni. Concerti, feste di quartiere, tavoli informativi, barbecue: nel Maryland un’iniziativa metteva insieme schede elettorali e grigliata; in Colorado si proponeva di andare a votare portando anche i cani. Mi interessa questa capacità di dare alla partecipazione forme accessibili e persino allegre, mentre si prepara una risposta a minacce molto serie. Il vicinato diventa un luogo nel quale aiutarsi a esercitare un diritto e organizzare una presenza che duri oltre il sabato della protesta.

In Albania, l’ingresso degli studenti ha trasformato una mobilitazione che andava avanti da mesi. Il movimento dei fenicotteri, nato contro un progetto turistico che minaccia un’area naturale sulla costa, ha incontrato una protesta giovanile contro la corruzione, le condizioni dell’istruzione e un sistema di potere che sembra occupare ogni possibilità di futuro. Dopo mesi di manifestazioni pacifiche rimaste senza risposte, sono arrivati scontri durissimi, incendi e attacchi agli edifici del governo. La contestazione ha investito anche fisicamente i luoghi nei quali quel potere si esercita.

A Milano e a Bologna, le manifestazioni contro il carovita hanno visto una presenza giovanissima e scontri con le forze dell’ordine; a Milano ci sono stati anche saccheggi. Le dimensioni italiane sono ancora molto lontane da quelle francesi. Proprio per questo sarebbe prematuro sapere già come chiamare ciò che accade, quali sviluppi avrà, quanto riuscirà a organizzarsi. Potremmo avere davanti qualcosa destinato a crescere attraverso forme per noi difficili da riconoscere.

Chi ha una lunga storia di militanza porta con sé esperienze preziose, insieme all’abitudine di riconoscere in ogni novità qualcosa che ha già vissuto. Capita anche a me. Cerchiamo somiglianze, assegniamo nomi, distinguiamo ciò che consideriamo politico da ciò che ci sembra soltanto rabbia. Ci sfugge, qualche volta, quanto queste distinzioni dipendano dai luoghi che abbiamo frequentato e dalle forme attraverso cui abbiamo imparato a prendere parola.

Così finiamo a fare il tifo da lontano, attribuendo a ragazze e ragazzi i desideri che non siamo riusciti a realizzare. Oppure c’è chi rimpiange i servizi d’ordine di una volta e indica ai più giovani la disciplina che mancherebbe alle piazze di oggi. In certe rievocazioni, la memoria sembra aver accorciato la distanza che allora separava chi racconta dalle prime file.

Nello stesso sabato, a Roma, mentre in tutto il mondo si incendiavano le strade, la Via Maestra portava in piazza, secondo Landini, oltre centomila persone. La Cgil, più di cento associazioni, i dirigenti dei partiti di opposizione. C’erano rivendicazioni importanti sul lavoro, sulla pace, sulla sanità; è stato annunciato uno sciopero generale. C’erano anche le fotografie dei leader insieme, gli abbracci, i selfie, le dichiarazioni sulla costruzione dell’alternativa.

È questa contemporaneità che mi ha colpito. Mentre in tante città il conflitto assumeva forme che ancora fatichiamo a comprendere, a Roma tutto sembrava trovare posto dentro una rappresentazione che conosciamo a memoria. Le bandiere, gli interventi, le immagini destinate ai giornali e le prossime scadenze componevano un rito ormai collaudato. Un rito che può continuare a funzionare anche mentre cresce la distanza da pezzi di società che cercano altrove il modo di esistere politicamente.

La partecipazione a quella piazza merita rispetto. È proprio la forza che ancora esprime a rendere più urgente una discussione sulla sua prospettiva. Riusciamo a mettere in movimento energie sociali, oppure chiediamo a quelle che già conosciamo di confermare periodicamente la nostra presenza? Quanto di ciò che oggi ci sorprende nelle strade entra davvero nelle scelte delle nostre organizzazioni?

Una parte della sinistra italiana mi sembra ormai molto più impegnata a rendere riconoscibile il proprio marchio che a costruire un’organizzazione sociale. La comunicazione può funzionare, un dirigente può raccogliere seguito quasi come un influencer, il consenso può perfino aumentare. Nel frattempo si può continuare a perdere la capacità di incidere nella vita collettiva, di organizzare un conflitto, di avere rapporti con persone che non siano già il proprio pubblico.

Il confronto con la France insoumise rende questa distanza ancora più evidente. Negli anni ha investito nel lavoro nei quartieri popolari e fra i giovani, nelle università, nelle campagne contro le discriminazioni e per i diritti sociali. Ha cercato di organizzare una partecipazione anche fra chi si era allontanato dalla politica o non vi aveva mai trovato posto. Quel lavoro ha costruito legami che oggi si riconoscono nelle mobilitazioni.

La presenza di Bally Bagayoko, sindaco di Saint-Denis, accanto agli studenti e fra loro e la polizia, ha alle spalle una storia politica e un radicamento. Lo stesso vale per il sostegno alle rivendicazioni studentesche, per gli interventi di Mathilde Panot in Parlamento e per la richiesta di un’inchiesta sulle violenze delle forze dell’ordine. In quelle piazze gli esponenti insoumis sono diventati riferimenti riconoscibili, interlocutori in grado di sostenere le ragioni della protesta e di intervenire nei momenti della repressione. Una relazione costruita prima degli scontri ha permesso loro di esserci anche quando il conflitto si è fatto più duro, senza che il movimento rinunciasse alla propria autonomia.

La distanza italiana riguarda anche noi dei centri sociali, delle reti solidali, della sinistra che si considera di movimento. Molte di queste esperienze continuano a fare un lavoro importante, spesso indispensabile. La capacità di rispondere a un bisogno, però, non garantisce da sola un rapporto politico con chi quel bisogno lo vive. Possiamo aprire ogni giorno uno spazio, distribuire aiuti, promuovere iniziative e scoprire che una nuova generazione si organizza seguendo percorsi che ci sfiorano appena.

La nostra storia non ci rende automaticamente parte di ciò che nasce. E se le scelte, i linguaggi, perfino le forme del conflitto devono ottenere il nostro riconoscimento per essere considerate politiche, rischiamo di riprodurre proprio la distanza che rimproveriamo ai partiti. Questa difficoltà va riconosciuta anche nei luoghi ai quali siamo più legati, senza usarne il valore e la generosità come una difesa da ogni domanda.

Continuare lungo questa “via maestra” può ancora assicurarci una presenza sulla scena politica. Ci saranno elezioni, incarichi, ruoli nelle istituzioni e nelle organizzazioni, occasioni nelle quali ritrovarsi e riconoscersi. Il tempo breve può perfino darci ragione. Se provo a guardare più lontano, però, temo che quella strada conduca verso un deserto. Un deserto rassicurante, perché vi si parla la nostra lingua e ciascuno sa ancora dove mettersi.

È questo che vorrei riuscissimo a discutere, e riguarda anche me. A cinquant’anni e oltre non credo che il compito sia cercare spazio fra persone che ne hanno quindici o venti, né trovare una nuova occasione per spiegare loro come si fa politica. Ogni età può avere una funzione. La nostra dovremmo cercarla prendendo sul serio quanto è cambiato il mondo, insieme alla responsabilità per ciò che non siamo riusciti a cambiare.

Possiamo cominciare dall’uso che facciamo degli spazi, delle risorse e del potere di cui disponiamo. Chiederci a che cosa servano oggi, quali possibilità aprano, quanto siamo disposti a lasciarli cambiare.

Non so ancora quale forma possa prendere tutto questo. So però che la familiarità di una strada, anche quando la conosciamo bene, può farci perdere di vista le altre. Quelle che potrebbero portarci più lontano, o in luoghi diversi da quelli verso cui abbiamo sempre camminato. Mi piacerebbe conservare abbastanza curiosità da chiedermi dove conducano, abbastanza libertà da riconoscere che forse è venuto il tempo di esplorarle.

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