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Fine vita: la lotta dello Stato contro le Regioni. Ma soprattutto contro i cittadini.

di Antonia Fiore Faustini

Negli ultimi anni, mentre il Parlamento continua a eludere ogni responsabilità sui diritti alla fine della vita, il terreno più avanzato delle garanzie costituzionali si è spostato nelle Regioni.

È lì che si sta giocando, oggi, la possibilità concreta di garantire il diritto all’aiuto medico alla morte volontaria, riconosciuto dalla Corte costituzionale con la sentenza 242/2019 riguardo il caso di DJ Fabo. Dopo la bocciatura del “Referendum Eutanasia Legale” nel 2022, l’Associazione Luca Coscioni ha lanciato la campagna “Liberi Subito: un testo di legge regionale di iniziativa popolare, depositato in tutte le Regioni italiane, con l’obiettivo di garantire procedure chiare e tempi certi per chi ha già diritto, secondo la Consulta, all’aiuto medico alla morte volontaria. Uno strumento necessario a colmare quel divario strutturale che separa il diritto “sulla carta” dal diritto effettivamente praticabile.

La sentenza Cappato/Antoniani ha tracciato confini precisi: nelle condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale (ovvero patologia irreversibile, sofferenze insopportabili, presenza di sostegno vitale, capacità decisionale piena e verifica da parte del SSN) l’aiuto al suicidio non è punibile. Nonostante ciò, la mancanza di una legge nazionale ha prodotto una realtà segnata da iniquità profonde: ASL che rifiutano di attivare le procedure, comitati etici lasciati senza indirizzo, tempi amministrativi dilatati al punto da rendere impraticabile la decisione della persona malata, procedure di accesso non chiare.  Una frattura tra legalità formale e legalità sostanziale che minaccia la libertà di tutte e tutti.

Fine vita: la lotta dello Stato contro le Regioni. Ma soprattutto contro i cittadini. Articolo di Antonia Fiore Faustini. Visionaria 2025.

La proposta regionale non riscrive il diritto penale e non introduce un nuovo quadro valoriale sul fine vita: al contrario, si limita a ordinare il sistema sanitario affinché ciò che la Corte ha già reso lecito diventi effettivamente accessibile. Stabilisce tempi vincolanti, istituisce commissioni mediche multidisciplinari permanenti, chiarisce le responsabilità delle aziende sanitarie, e soprattutto riconduce la procedura nell’alveo delle prestazioni pubbliche e a carico del SSN, sottraendola alla discrezionalità arbitraria che negli ultimi anni ha prodotto casi di rimbalzi infiniti tra uffici, ospedali e comitati etici. Si tratta di un tentativo di colmare il vuoto istituzionale da parte della società civile, un atto di giustizia amministrativa prima ancora che di politica legislativa.

La Toscana è stata la prima Regione ad assumersi questa responsabilità. Con la legge n. 16/2025, modellata sul testo Liberi Subito, ha istituito un percorso certo e trasparente, che ha già trovato applicazione concreta nel maggio 2025 con il caso di Daniele Pieroni, il primo a ottenere in Toscana, all’interno del SSN e in modo legale e pubblico, l’aiuto medico alla morte volontaria.

Lo scrittore, residente in provincia di Siena e affetto dal morbo di Parkinson, ha avuto accesso all’aiuto medico alla morte volontaria proprio grazie alla combinazione tra la sentenza Cappato/Antoniani e la legge regionale “Liberi Subito”, un caso che l’Associazione Coscioni ha presentato come prova pratica che la legge è applicabile e funzionante.

La Sardegna ha seguito lo stesso modello pochi mesi dopo, 17 settembre 2025, approvando a larga maggioranza un testo che riproduce l’architettura toscana. Per la prima volta, due Regioni hanno scelto di normare ciò che il Governo nazionale ha scelto di eludere: che il diritto all’autodeterminazione non può restare intrappolato tra inerzia parlamentare e ostacoli burocratici.

Paradossalmente, è proprio qui che il Governo è intervenuto, impugnando entrambe le leggi davanti alla Corte costituzionale.

Le motivazioni addotte, dalla presunta invasione della competenza penale statale alla presunta alterazione dei livelli essenziali delle prestazioni, rivelano una scelta politica chiara: non solo non colmare il vuoto normativo ma anche impedire che altri lo colmino. L’esecutivo sostiene che la materia del fine vita richieda una disciplina nazionale uniforme, ma nel frattempo quella disciplina continua a non esistere. Così il risultato è un paradosso: si invoca l’unità normativa per giustificare l’assenza di norme, e si colpiscono le sole istituzioni che stanno garantendo, almeno in parte, ciò che la Consulta ha già riconosciuto come diritto.

Il cuore della questione non è tecnico, ma democratico. Le Regioni stanno affermando un principio semplice: un diritto costituzionale, se non è accessibile, non esiste. Il Governo, impugnando le leggi che rendono quel diritto attuabile, di fatto rivendica la legittimità della sua non-azione, trasformando l’inerzia in strumento politico. L’esito dei ricorsi definirà non solo il destino delle due leggi, ma la capacità del nostro ordinamento di garantire ai cittadini che l’autodeterminazione non è una formula astratta, bensì un diritto che esige percorsi chiari, procedure trasparenti e istituzioni capaci di assumersi responsabilità. Fino ad allora, il tentativo di “Liberi Subito” rimane la linea di demarcazione tra un Paese che riconosce l’autonomia delle persone solo sulla carta e un Paese che sceglie di garantirla anche quando è complessa e potenzialmente politicamente divisiva.

In questi anni si è prodotta una frattura che nessun comunicato può mascherare: da una parte, un potere centrale che difende l’inerzia come se fosse neutralità; dall’altra, amministrazioni territoriali che riconoscono che un diritto esiste solo se qualcuno si assume la responsabilità di renderlo praticabile. Non si tratta di una disputa tecnica, ma di due diverse idee di Stato: uno che considera la vita delle persone un tema su cui è possibile prendere tempo, e uno che accetta la propria vulnerabilità istituzionale e decide comunque di agire nell’interesse dei propri cittadini.

Restano così numerosi dubbi, di natura non solo giuridica ma anche filosofica e politica, tra questi quello che più spesso sembra sollevarsi è sempre lo stesso: che politica è quella che giustifica e perora il proprio immobilismo sebbene il vuoto normativo produca sofferenza?

L’impressione è che ogni impugnativa non riveli forza, ma la paura che l’esempio delle Regioni renda irreversibile il passaggio da un diritto meramente dichiarato a un diritto finalmente esigibile. Ed è proprio questa irreversibilità che oggi fa paura: perché toglie alla politica centrale il comodo rifugio dell’attesa e la costringe a confrontarsi con ciò che per migliaia di cittadini è un’urgenza elementare, poter decidere liberamente della propria vita.

Antonia Fiore Faustini è dottoranda di ricerca in Filosofia morale presso l’Università “La Sapienza” e coordinatrice della Cellula Coscioni Roma.

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