di Giovanna Cavallo
Quando il diritto allo studio si ferma alla frontiera: il Rapporto 2024/2025 delle attività di Yalla Study, “Il Diritto allo Studio contro ogni frontiera“, promosso dal Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose.
Diritti universali, accessi selettivi
L’accesso all’istruzione superiore è formalmente riconosciuto come diritto fondamentale nei principali strumenti giuridici internazionali ed europei. Eppure, per migliaia di giovani nel mondo, resta un diritto solo teorico. Non sono soltanto guerre, crisi economiche o regimi autoritari a limitarlo: visti negati, burocrazia opaca e scelte politiche trasformano l’università all’estero in un privilegio riservato a chi possiede il “passaporto giusto” e risorse sufficienti.
Il rapporto annuale 2024/2025 di Yalla Study, Il Diritto allo Studio contro ogni Frontiera, analizza questa frattura tra diritti proclamati e accesso reale. Per studenti provenienti da contesti di crisi o conflitto, la mobilità accademica non è un canale aperto ma un percorso a ostacoli che spesso si interrompe prima dell’immatricolazione. Yalla Study opera in questo spazio di esclusione, combinando supporto diretto, tutela legale e advocacy, rifiutando un approccio caritatevole: ogni caso individuale viene letto come parte di un problema strutturale.
I visti come strumento di esclusione
Uno dei punti centrali del report è la critica all’idea di neutralità della mobilità accademica. I visti per studio rispondono infatti a priorità migratorie e di sicurezza più che educative, lasciando ampia discrezionalità alle autorità consolari. Tra novembre 2024 e novembre 2025, 212 persone hanno contattato Yalla Study per difficoltà legate all’accesso alle università italiane; in 62 casi è stato necessario un intervento legale, segno che i rifiuti non sono eccezioni ma prassi ricorrenti.
Rifiuti standardizzati, valutazioni opache
Le motivazioni dei dinieghi si ripetono quasi automaticamente: presunta insufficienza dei mezzi economici, dubbi sul rientro nel Paese d’origine, incoerenza del percorso di studi o mancanza di certificazioni linguistiche. Applicate in modo generico, queste ragioni spesso contrastano con il diritto italiano ed europeo, che prevede valutazioni flessibili e individualizzate. La discrezionalità amministrativa si traduce così in esclusione illegittima.
Gaza: quando la guerra cancella il futuro
Il caso degli studenti palestinesi, e in particolare di Gaza, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione. Nel 2024 Yalla Study ha seguito un gruppo di studenti palestinesi ammessi in università italiane, il cui visto era stato ripetutamente negato nonostante il pieno rispetto dei requisiti formali. Per giovani provenienti da un territorio devastato dalla guerra, dove università e infrastrutture educative sono state distrutte e la possibilità stessa di studiare è stata annientata, il rifiuto del visto equivale a una condanna alla sospensione del futuro. Solo attraverso un’azione legale quei dinieghi sono stati annullati, stabilendo un precedente sui limiti della discrezionalità amministrativa quando sono in gioco diritti fondamentali.
Geografia del rischio e mobilità classista
Il report evidenzia anche l’uso di classificazioni informali di rischio: l’origine geografica diventa una presunzione di pericolosità migratoria. A ciò si aggiunge il carattere profondamente classista della mobilità accademica internazionale, accessibile soprattutto a chi dispone di risorse economiche, reti sociali e stabilità legale. Il merito, da solo, raramente basta.
Il caso italiano e le scelte politiche
In Italia, Yalla Study mette in relazione queste dinamiche con le priorità di spesa pubblica. Mentre aumentano gli investimenti in sicurezza e controllo delle frontiere, restano marginali quelli per borse di studio e cooperazione educativa. Le borse MAECI – circa 480 l’anno – mostrano forti squilibri geografici, penalizzando contesti di crisi come Palestina, Siria o Afghanistan rispetto a Paesi economicamente e politicamente strategici.
Secondo Yalla Study, il nodo politico è chiaro: l’accesso all’istruzione superiore viene trattato come concessione discrezionale, non come diritto. Servono sistemi trasparenti, basati sul merito accademico e sull’ammissione universitaria, non sulla nazionalità o su profili di rischio predefiniti. Perché l’educazione non è carità, ma una pratica di pace e una responsabilità collettiva verso chi nasce fuori dalle “zone sicure”.





