di Gaia Paradiso e Lorenzo Giardinetti
Perché l’esigenza di parlare di carcere in un centro sociale?
Sembra una domanda retorica, dalla risposta più che scontata.
Perché parlare di carcere è importante, perché è un dovere etico e morale, perché è un argomento tristemente attuale che tutt’ora mobilita e agita l’opinione pubblica.
È tutto vero. Le condizioni degli istituti penitenziari italiani raccontano molto più di quanto non si voglia ammettere sulla nostra società, sul modo in cui intendiamo la giustizia e sul valore che attribuiamo alla dignità umana.
Parlare di carcere oggi non è solo una scelta politica, ma una necessità. Si ripete spesso che il carcere è lo specchio della società, del grado di capacità di sapersi emancipare e di capire cosa questo voglia dire. Una formula ormai abusata, ma ancora drammaticamente vera. Eppure, guardare le carceri significa anche interrogarsi sulla nostra capacità collettiva di emancipazione: capire cosa voglia dire davvero libertà, e quanto sia facile limitarla, svuotarla, negarla.
Le forme dell’oppressione mutano con il mutare delle condizioni sociali, economiche e tecnologiche. A ogni trasformazione corrispondono nuovi dispositivi di controllo, nuove giustificazioni e nuovi confini. Il carcere rappresenta l’espressione più estrema di questo processo: un luogo in cui la privazione della libertà diventa normalità, e la sospensione dei diritti rischia di diventare prassi.
Le carceri italiane sono il prodotto diretto della società che le ha generate. Non sono un’eccezione, ma una conseguenza. Ed è per questo che parlare delle loro condizioni significa parlare di noi, delle scelte politiche che accettiamo, delle paure che vengono alimentate e strumentalizzate, delle risposte repressive che vengono presentate come inevitabili.
Oggi il sistema penitenziario italiano vive una crisi strutturale. Il problema del sovraffollamento è tutt’altro che risolto. La prima condanna importante risale al 2013 quando la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Torreggiani ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della CEDU, a causa di trattamenti inumani e degradanti. Gli interventi successivi hanno prodotto solo un miglioramento temporaneo: post sentenza Torregiani si è registrata una diminuzione della popolazione detenuta, seguita però da una nuova e costante crescita.
Ad oggi, le persone recluse negli istituti penitenziari italiani sono 63.868, a fronte di una capienza regolamentare di 51.275 posti (dati del 30 novembre 2025). Il tasso di sovraffollamento effettivo supera il 138%. Numeri che non possono restare astratti: dietro ogni dato c’è una persona costretta a vivere in spazi insufficienti, in condizioni degradanti, con un accesso limitato alla salute, alla socialità, alla rieducazione che dovrebbe essere in accordo con la nostra costituzione il fine ultimo della pena.
Questo scenario si inserisce in un contesto politico e mediatico dominato da una vera e propria ossessione per la sicurezza. La sempre maggiore spettacolarizzazione della cronaca nera, la figura del colpevole costantemente ricercata ed esposta, contribuendo a costruire un senso diffuso di insicurezza. Un sentimento che viene poi strumentalizzato per giustificare politiche sempre più punitive, carcerocentriche e securitarie.
Nel nome del “diritto alla sicurezza” si invoca l’inasprimento delle pene, si fa ricorso massiccio alla custodia cautelare, si ostacolano sistematicamente i percorsi di depenalizzazione dei reati minori e l’applicazione delle pene alternative. Il carcere, nella sua dimensione costituzionale, dovrebbe rappresentare l’extrema ratio, la forma più invasiva e severa di limitazione della libertà personale.
Dietro questa retorica securitaria si nascondono derive apertamente antigarantiste e anticostituzionali. L’uso sempre più frequente della decretazione d’urgenza ne è un esempio evidente: da un lato per rispondere alle condanne e alle pressioni europee, dall’altro per intercettare e alimentare le paure dell’opinione pubblica. Provvedimenti come il DDL Sicurezza o il Decreto Caivano si inseriscono pienamente in questa logica emergenziale, che svuota il dibattito democratico e rafforza l’approccio repressivo.
Eppure, la nostra Costituzione indica una strada diversa. Il principio di umanizzazione della pena, fortemente voluto dai costituenti, è sempre più messo in discussione, ridotto a formula astratta. La Corte costituzionale, già nel 1993, ha ricordato che:
«Chi si trova in stato di detenzione, pur privato della maggior parte della sua libertà, ne conserva sempre un residuo, che è tanto più prezioso in quanto costituisce l’ultimo ambito nel quale può espandersi la sua personalità individuale».
Dimenticare questo principio significa accettare un ritorno a logiche che la storia dovrebbe aver definitivamente sepolto, che ricordano quelle teorizzate da Dino Grandi, ministro fascista: il carcere come strumento di “bonifica umana”, come luogo destinato agli “incorreggibili” e ai “non rieducabili”.
Parlare delle condizioni carcerarie, oggi, non è solo denunciare un’emergenza umanitaria permanente. È interrogarsi sul modello di società che stiamo costruendo. È decidere se la privazione della libertà debba coincidere con la negazione della dignità. È scegliere se continuare a riempire le prigioni o iniziare finalmente a svuotare le ingiustizie che le alimentano.





