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PSICOLOGIA DELL’INDIFFERENZA. Difendersi dal dolore o negare l’umanità?

 di Federica Papa, psicoterapeuta

CONFINE, UN CONCETTO PLURALE

Il confine è un concetto che assume significati diversi a seconda del contesto a cui si fa riferimento. Dal punto di vista geografico è una linea, naturale o artificiale, che separa territori differenti. Politicamente rappresenta il limite entro cui uno Stato esercita la propria sovranità e il proprio potere. Giuridicamente indica l’area in cui valgono determinate leggi e istituzioni.

Esistono però anche confini meno visibili: dal punto di vista sociale e culturale il confine separa lingue, tradizioni e identità, ma può anche diventare luogo di incontro e scambio. In filosofia il confine è inteso come limite necessario per definire ciò che si è e ciò che non si è. A livello psicologico rappresenta il limite personale, fondamentale per proteggere sé stessi e costruire relazioni equilibrate. In psicologia, infatti, il concetto di confine nasce come esperienza psicologica primaria, molto prima di assumere una dimensione geografica o politica. Nello sviluppo individuale, i confini rappresentano un aspetto fondamentale perché permettono di distinguere il sé dall’altro, le proprie emozioni da quelle altrui.

DIFENDERSI DAL REALE: NEGAZIONE, DISTANZA, DISSOCIAZIONE

Cosa succede però quando l’esperienza esterna dal sé è così forte, così impattante, da diventare intollerabile per la psiche? Succede che di fronte a una realtà troppo difficile da sopportare, la mente pone un confine applicando meccanismi di difesa di vario tipo e con differenti funzioni.

Capita allora che una parte del mondo decida di ignorare e negare la realtà dei fatti, nonostante le immagini strazianti e inequivocabili che hanno, per tutto questo tempo, testimoniato quello che accadeva in territori distrutti dal desiderio di potere di chi ha trasformato il proprio essere stato vittima nell’essere carnefice. Troppo spesso consapevolmente e per una scelta politica, altre per la necessità psichica di mettere appunto un confine alla crudeltà. Da qui la possibilità di sentire commenti del tipo “non riguarda noi/pensiamo ai nostri problemi”. Questi meccanismi di spostamento e distanziamento emotivo, fanno sì che ci si dissoci da un’esperienza emotiva potenzialmente traumatica. Da questi confini “visibili”, si può percepire la difficoltà che spesso si ha nel guardare negli occhi il dolore.

IL CONFINE EMOTIVO DIVENTA AZIONE

Accanto a questo però, in una parte di comunità, si è diffuso un meccanismo opposto, il senso di impotenza generato dal sentire di non poter fare nulla o non molto.

Ci si può domandare quindi in che modo questo sentimento, che può arrivare a sfociare in una sensazione di paralisi emotiva vera e propria, possa in qualche modo essere placato. La risposta che si può trovare è quella di superare il confine invisibile che si frappone tra le immagini che vengono mostrate, e di fronte alle quali si sente di non potere molto, e le azioni concrete che permetterebbero di mettere in atto una partecipazione attiva.

Difendersi dal dolore o negare l’umanità? Federica Papa, 2026.

Prestare la propria presenza ad eventi, iniziative e manifestazioni per il sostegno alla causa; optare per delle scelte etiche pensando a quanto il motore economico giochi un ruolo fondamentale in quello che accade; ma soprattutto, non smettere di informarsi, leggere, divulgare le notizie provenienti da fonti ufficiali e attendibili.

Perché, anche se la parola tregua viene pronunciata da qualche mese, l’idea di una reale sospensione sembra rimanere vapore nell’aria e nei territori palestinesi le persone continuano a morire.

Ad uccidere non sono solo le bombe, ma la fame e, in questi giorni, il freddo e il gelo, conseguenza di un’opera mirata di distruzione che non ha risparmiato persone, città, né tantomeno l’ambiente, l’aria, il suolo. Lasciare che una popolazione viva senza il riparo di una casa, che non è solo luogo fisico ma anche senso di sicurezza e di identità, significa trovarsi di fronte al sintomo di un fallimento collettivo.

OLTRE LA DIFESA: CIVILTÀ E RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

Prendendo in prestito il pensiero di Freud, la civiltà può nascere di fronte alla possibilità di rinunciare alla pulsione di distruzione in favore del legame sociale. In virtù di questo, anche laddove una parte di comunità globale sembra chiudere gli occhi di fronte alla disumanità e all’eliminazione del principio stesso di civiltà, tutti hanno la responsabilità di non smettere di lottare perché ogni essere umano su questa terra veda rispettato il diritto di avere una propria dignità, fisica, psicologica e morale.

Se questo non avviene e il confine diventa un muro, allora il paradosso resta aperto: se il confine psichico nasce per proteggere la mente, cosa accade quando diventa lo strumento che permette di tollerare l’intollerabile? Fino a che punto si può continuare a chiamare difesa ciò che, di fatto, consente di convivere con la negazione della dignità altrui senza mettere in discussione la propria?

Difendersi dal dolore o negare l’umanità? Federica Papa, 2026.

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