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MEGLIO NESSUNA LEGGE CHE QUESTA LEGGE: perché senza consenso è sempre stupro.

di Michela Cicculli, Consigliera comunale di Roma Capitale per Sinistra civica ecologista

Verso la mobilitazione del 28 febbraio contro il Ddl Bongiorno

La Convenzione di Istanbul dice che l’accertamento di una violenza deve avvenire valutando la sussistenza di un consenso chiaro, libero e prolungato. Altrimenti è violenza sessuale. In attesa di una giusta riforma è stata la Corte di Cassazione a portare avanti un lavoro di indirizzo delle sentenze non ritenute in linea con questo principio.  Qualora passasse il Ddl Buongiorno questo attento lavoro giurisprudenziale, sostenuto da figure come la giudice Paola Di Nicola Travaglini, verrebbe silenziato per spingere definitivamente l’Italia nella lista dei paesi che disattendono i principi giuridici della Convenzione di Istanbul, abbracciando un altro modello culturale, quello della prova del dissenso in capo alla vittima.

Michela Cicculli, Consigliera comunale Roma Capitale.

Meglio nessuna legge che questa legge

Per ora è un tentativo di imporsi irragionevole e poco organico, visto il lavoro in senso contrario già fatto alla Camera da maggioranza e opposizione, ma è concreto il rischio che la cultura dello stupro diventi legge. Ne abbiamo visto un assaggio il 26 gennaio scorso, mentre fuori i movimenti e le associazioni femministe e transfemministe urlavano “Senza consenso è stupro, Meglio nessuna legge che questa legge”, in Commissione Giustizia del Senato si discuteva con favore la proposta che sostituisce il dissenso al consenso e che tornerà al voto l’8 aprile. Ancora il prossimo 28 febbraio le piazza si faranno sentire dopo i passaggi territoriali del 15 febbraio scorso.

La proposta ricalca l’abc della cultura dello stupro dove ci sono corpi fatti per essere preda e merce e altri per i quali l’agibilità su di essi è massima, dove è normale che l’ordinamento difenda più un bene materiale che non un soggetto giuridico, dove è accettabile che chi accusa finisca tra gli imputati a dover dimostrare che no non voleva, che la mancata reazione era paura terrore o ricatto.

Una vendetta contro l’autodeterminazione delle donne

Se applicassimo lo stesso principio ad una rapina, potrei essere complice di un furto che io stessa ho subito senza oppormi, o in caso di truffa potrei essere responsabile di un raggiro a mie spese non avendo rifiutato subito un accordo all’apparenza cristallino. Esempi assurdi, che ci conducono nello spaesamento che stanno vivendo molte giuriste nel doversi opporre ad un’opera di “silenziamento e di intimidazione preventiva”, per dirla con le parole di Tatiana Montella – attivista e avvocata penalista dei centri antiviolenza – “una vendetta politica contro l’autodeterminazione delle donne e delle soggettività marginalizzate”.

Manifestazione No Ddl Bongiorno, Roma. 2026

I tentativi di silenziare questo colpo di mano stanno fallendo grazie alle alleanze larghe che la proposta coalizza contro di sé e che devono riportare il dibattito parlamentare sul riconoscimento del consenso come criterio per valutare qualunque situazione dove l’autodeterminazione e la libertà di scelta vengono messe in discussione.

Per questo è importante capire la portata del dibattito in corso e posizionarsi contro la proposta Bongiorno con ogni strumento necessario. Una guerra a tutte le lotte condotte fin qui dai movimenti femministi e per i diritti delle lavoratrici più vulnerabili e delle migranti, sui cui corpi già ricadono traumi, ricatti e violenze di ogni genere. Una lotta anche alle prospettive di futuro libero e consapevole cui molt3 attivst3 stanno contribuendo da più parti anche grazie a vicende come quelle di Giselle Pelicot. Violentata per 10 anni da più di 50 uomini conniventi con il marito e degli Epstein files che non celano mondi di mostri, ma concrete realtà fatte di ordinario e terribile patriarcato.

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