C’è un momento, in ogni stagione politica, in cui le cose smettono di apparire per ciò che sembrano e si rivelano per quello che sono davvero.
La riforma della giustizia del governo Meloni segna questo momento. Non avendo ottenuto in Parlamento la maggioranza qualificata per modificare la Costituzione, il governo ha dovuto imboccare la strada del referendum, portando direttamente il Paese al voto. Formalmente si tratta di una riforma della giustizia. Se si guarda al contenuto della legge, non c’è traccia di un intervento per affrontare i nodi della giustizia.
L’Italia ha problemi profondi, ben noti a chiunque abbia avuto a che fare con tribunali e processi. I tempi della giustizia civile e penale sono tra i più lunghi d’Europa. Le fattispecie si moltiplicano in numero abnorme: invece di semplificare il sistema, questo governo ha scelto di introdurre decine di nuovi reati. Le carceri sono sovraffollate da anni, in condizioni che la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte sanzionato: i suicidi tra i detenuti non sono più episodi isolati, ma una statistica ricorrente.
Anche il gratuito patrocinio è stato progressivamente ridotto: il principio secondo cui la legge è uguale per tutti rischia di valere sempre meno per chi non ha le risorse economiche per difendersi.
Su nessuno di questi problemi la riforma Nordio-Meloni interviene: i nodi che rendono difficile e spesso inefficiente la giustizia italiana restano tutti dov’erano. Definire questo intervento una riforma della giustizia è pura propaganda. Si tratta piuttosto di una controriforma della Costituzione che incide sugli equilibri tra poteri della Repubblica.

Uno dei pilastri della legge Nordio-Meloni è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma nei fatti questa separazione esiste già. I passaggi di funzione tra le due carriere, oggi, riguardano una quota irrisoria di magistrati: circa lo 0,5%. La distinzione tra chi giudica e chi accusa è già consolidata, su un terreno rigidamente regolamentato, circoscritta da ultimo dalla legge Cartabia del 2022 che ha limitato il cambio di funzioni a una sola volta nel corso della carriera.
Se il problema che si dice di voler risolvere è così marginale, perché intervenire sulla Costituzione?
L’obiettivo è indebolire la magistratura, frammentando il Consiglio Superiore della Magistratura, con la sua articolazione in più organismi (sottraendo competenze con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare) e con un peso maggiore della componente politica nel meccanismo di autogoverno delle toghe. Non è solo una questione tecnica. È un cambiamento che apre la strada, attraverso successive leggi ordinarie, a un progressivo avvicinamento dei pubblici ministeri all’orbita dell’esecutivo.
Non si tratta di ipotesi astratte: Tajani ha parlato esplicitamente di sottrarre la polizia giudiziaria al controllo dei pm; Nordio ha lasciato intendere che le priorità investigative potrebbero essere orientate dall’esecutivo.
Questa riforma si colloca accanto ad altri due rilevanti progetti di revisione sostanzialmente costituzionale del governo: il premierato e l’autonomia differenziata. Tre interventi diversi che si muovono nella stessa direzione di una trasformazione epocale dell’equilibrio istituzionale della Repubblica.
Da un lato la sottrazione di sovranità al Parlamento attraverso il premierato per via della legge elettorale. Dall’altro una devoluzione dei poteri dallo Stato e alle regioni (più ricche) con l’autonomia differenziata. E quindi, una ridefinizione dei rapporti tra politica e magistratura.
Il punto centrale di questo meccanismo è una progressiva concentrazione del potere nelle mani del governo: meno contrappesi, meno equilibri, meno poteri di controllo capaci di limitare l’azione dell’esecutivo. Una vera e propria controriforma della Costituzione: scritta da chi di quella Costituzione non ha mai fatto mistero di non sentirsi figlio.
Chi ha già deciso di votare No conosce queste ragioni: il disegno complessivo del governo è ormai dispiegato.
Il referendum del 22 e 23 marzo offre la possibilità alla mobilitazione democratica e popolare di interrompere il disegno del governo Meloni.





