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RESTARE. L’Italia delle aree interne.

Di Alessandro Marcuccilli

Paesi senza abitanti, borghi senza comunità: spopolamento, narrazioni e politica del restare nell’Italia delle aree interne.

L’Italia che si svuota

Il nostro Paese, nel suo complesso, è destinato a perdere un gran numero di abitanti secondo le recenti rilevazioni dell’Istat. Nel 2080 gli abitanti scenderanno da 58 a 46 milioni e questo avverrà con differenze territoriali molto marcate. Mentre a Nord il calo sarà del 9,5% al Centro del 20,5%, nel Mezzogiorno si arriverà addirittura al 38,8% (da quasi 20 milioni di abitanti si scenderà a circa12 milioni). Il risultato di questi dati sarà che il 54% della popolazione si concentrerà al Settentrione. E il Sud sarà desertificato.

Sembra che il problema dello spopolamento nei nostri paesi sia oramai un fenomeno traducibile in numeri e statistiche, quasi totalmente indifferente allo sviluppo di un pensiero che riesca a riconvertire questa difficoltà. Il dibattito attuale, ad esempio, è condizionato da una lettura di passaggio epocale, avvenuto negli ultimi cinquant’anni, da un’era definita antropocene ad una definita urbanocene.

Restare nei paesi. L’Italia delle aree interne.

Nel mezzo dell’urbanocene

Se l’antropocene richiama la responsabilità dell’essere umano alla deriva ecologica, l’urbanocene focalizza l’attenzione sulla presenza di materiali utilizzati nella costruzione (specialmente il calcestruzzo) che rimarranno per lunghissimo tempo nel terreno, arrivando a costituire molto probabilmente una chiara serie stratigrafica, rilevabile da possibili geologi del futuro.

Insomma, l’antropocene corrisponderebbe a un tempo ormai passato, mentre oggi staremmo entrando in un’epoca successiva, caratterizzata dalla vita urbana, da cui appunto il termine urbanocene. A questa visione bisogna associare tutto un pensiero in cui i nuovi conglomerati in futuro non saranno solo tecnica e calcestruzzo, ma un’intensa attività in cui si renderà necessario soddisfare i desideri e le connessioni di comportamenti di quella che viene vista come un’evoluzione che trasferisce l’homo sapiens ad essere urbano.

In Italia, cosa sarà dei paesi?

E i paesi? E le zone interne? E quelle realtà che hanno reso il nostro Paese così complesso e ricco di culture, identità e tradizioni? Cosa fare di questo patrimonio? E, soprattutto, quali sono state le risposte messe in campo finora, visti i dati dello spopolamento e della qualità della vita di donne e uomini?

Restare nei paesi. L’Italia delle aree interne.

Non possiamo dire che in questi ultimi anni non si siano prodotte politiche a riguardo o non si siano messi in cantiere interventi pubblici come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza oppure i piani di Rigenerazione Urbana, ma tutto questo alla fine non ha cambiato granché. I problemi sono rimasti irrisolti e in molti casi si sono intensificati e soprattutto non hanno prodotto quel cambio necessario di prospettiva sulle ragguardevoli criticità. In sostanza, non hanno prodotto un dibattito, un confronto che riuscisse a strutturare un pensiero.

Sul campo, in questi anni, si sono misurate associazioni, in parte alcune agenzie educative e qualche ateneo che, attraverso una serie di azioni, hanno cercato, con difficoltà, di rimettere al centro della discussione politica i problemi ormai strutturati delle aree interne. Le amministrazioni locali, nonostante mille difficoltà, hanno impiegato azioni relative a quei finanziamenti calati dall’alto, tutti concentrati a incentivare uno sviluppo rivelatosi nel tempo inadeguato, messo nelle mani il più delle volte a specialisti in cerca di visibilità pronti ad intercettare fondi, bandi e assecondare alla fine solo scelte politiche.

Tanti progetti e poche soluzioni

Per rispondere a queste esigenze e intercettare fondi, in questi ultimi anni sono emerse una serie di figure professionali pronte a raggiungere le zone più remote delle aree interne per dire ai loro abitanti cosa era necessario fare: community manager, attivatore di comunità, promotore territoriale, mediatore di comunità, riattivatore di comunità, salvatore di memoria, narratori d’identità… Operatori e professionisti per affrontare ogni singolo problema, specialisti pronti a elargire soluzioni di ogni tipo.

Dove ci sono soldi ci sono loro e dove non ci sono soldi si apprestano a redigere e predisporre progetti pronti per essere finanziati. Sembra assurdo, ma le cose stanno proprio così. E ciò che più disturba è la mancanza, alla fine, di soluzione delle problematiche. I progetti, il più delle volte del tutto autoreferenziali, oltre a non rimediare alle difficoltà dei paesi, diventano strumenti ingombranti e paradossalmente certificano l’aggravarsi dei problemi. Queste figure creano un gravissimo malinteso perché ci fanno credere che i paesi debbano essere considerati delle start-up solo in grado di intercettare soldi pubblici. E i paesi non sono start-up.

Italia vendesi

Alcune scelte di amministratori locali, però, non sono state da meno. A metà degli anni Ottanta del Novecento un sindaco di un piccolo paese in abbandono della Calabria, Badolato, nel catanzarese, lanciò lo slogan ‘un paese in vendita’. Ebbe l’idea di acquisire le case abbandonate e metterle in vendita a prezzi stracciati. Molti amministratori hanno seguito l’esempio sostenendo una serie di appelli pubblici del tipo ‘case a 1 euro’ oppure ‘vendo il comune’.

Si valutano oggi come allora queste provocazioni come idee risolutive per lo spopolamento e l’abbandono dei paesi. Le cose, ovviamente, sono più complesse rispetto a queste boutade.

«Ciò che all’epoca alcuni contestarono di questa vicenda non era tanto la manifesta inutilità di un contrasto all’abbandono fatto con gli slogan, ma la visione del paese che veniva proposta: irrispettosa, ingenerosa e diseducativa perché riduceva l’idea dell’abitato al suo mero corpo fisico, di fatto disancorandolo dal portato della sua storia e delle sue memorie».

«Un paese è un artefatto complesso di architetture, strade, vicoli e case, insieme ad una trama di relazioni, di vissute e pratiche sociali interrelate, non riducibile dunque a una semplice sommatoria confusa di abitazioni senza connessioni. Una casa non è un’isola scucita dal resto, dal campanile, dalla piazza, dal cimitero, dalla parrocchia, dalla farmacia, dalla scuola. Una casa non è un manufatto in mezzo al nulla» (Domenico Cersosimo, Fulvio Librandi, Rosanna Nisticò, Case a 1 euro: critica dell’ideologia del borgo-merce, in Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, 2022).

Paesi, progetti e illusioni: quando lo sviluppo diventa marketing

Nel periodo post pandemico, ad esempio, alcune aziende hanno offerto lavoro a distanza o smart working nei paesi che avevano vissuto questo periodo così complicato.

Scrive Anna Rizzo: «Nella progettazione della vita dei paesi, non si è stabilita una scala di priorità per tornare ad abitarli, ma un listino di cosa vendere: case, uffici, stili di vita, cibo e contesti naturali. Invece di occuparsi di salute pubblica, diritto al lavoro, istruzione e garanzia di un welfare culturale e sociale, si è andati alla ricerca del mercato più allettante».

«(…) Paesi vissuti nell’oblio, nella trascuratezza, nel pubblico scandalo di amministrazioni corrotte, commissariate, sciolte per mafia, fallimentari, dove hanno prevalso il clientelismo, atteggiamenti privatistici e l’indifferenza. Nessuno vuole prendersi le responsabilità del decadimento di questi paesi, abbandonati all’incuria. In questa indeterminatezza planano gli avvoltoi. In questo vuoto nascono fantomatici istituti di ricerca, enti, associazioni, laboratori, scuole, hub d’innovazione, media center, che come saprofiti si stanno approfittando della sede vacante, del nulla istituzionale, per inventarsi ruoli e autoproclamarsi salvatori di comunità». (Anna Rizzo, I paesi invisibili, 2022).

Restare nei paesi. L’Italia delle aree interne.

Il paese è un fatto complesso

Il paese è un fatto più complesso. E coloro che si disimpegnano a stare all’interno di queste molteplici dinamiche comprendono ben poco dell’anima dei luoghi, di come questi stanno nel mondo, di come curano i legami con gli altri e di come riescano ad essere abitati. Il paese impegna aspetti culturali, storici, antropologici, sociali e si sottrae, dunque, a qualsiasi generica e frivola visione.

«La comunità non è solo un insieme di persone» (id.), la comunità è qualcosa di più. L’affermazione può sembrare eccessiva, ridondante, risultato di un’esibizione ostentata per far breccia nelle disponibilità di chi esercita un potere istituzionale, con la chiara intenzione di sottolineare un confine tra coloro che vivono in agglomerati urbani, asettici, imperfetti e senza identità, e chi vive in piccoli paesi dove sopravvivono valori cosiddetti autentici.

Si può, inoltre, pensare che dentro questa riflessione ci siano un po’ tutti quei temi che da trent’anni, periodicamente, vengono riproposti come modelli ideali di vita: il tempo lento, la decrescita… Ma le cose, purtroppo, stanno in modo diverso.

I paesi soffrono di molti problemi, alcuni sono diventati atavici, a volte senza soluzione. Sono luoghi fragili, imperfetti, dove le persone vivono male.

Riabitare l’Italia: un nuovo modo per guardare le aree interne

Nel dicembre del 2018 un gruppo di studiosi pubblicava il volume Riabitare l’Italia, un progetto innovativo dove si invitava a pensare un nuovo modo di guardare le aree interne del Paese. Si esortava, tra le altre cose, a modificare un cambiamento di prospettiva sui luoghi che stavano lentamente precipitando nella marginalizzazione.

Il successo del progetto portò gli studiosi a valutare l’opportunità di organizzare un’attività associativa in cui le finalità erano quelle di mettere al centro della discussione, stabilmente, i problemi sollevati. Si arrivò a redigere un vero e proprio manifesto che diventasse una bussola per orientarsi nel tumultuoso mare. Un manifesto che indicava una strada diversa, che lasciava intravedere un pensiero nuovo, differente. «E’ l’Italia dei ‘vuoti’: del declino demografico, dello spopolamento e dell’abbandono edilizio, della scomparsa e del degrado di servizi pubblici vitali (dalla scuola alla farmacia, dall’ufficio postale al forno, al presidio ospedaliero)» (Domenico Cersosimo, Carmine Donzelli a cura di, Manifesto per riabilitare l’Italia, 2022).

La differenza la fanno la moltitudine dei paesi in cui si concentrano criticità simili e che a ben vedere possono anche diventare un motivo di “vantaggio competitivo”. «La ricchezza dell’Italia sta nella sua diversità, nel suo policentrismo territoriale, antropologico, sociale e culturale. Geografia, morfologia e sedimentazioni storiche di lungo periodo hanno modellato un paese articolato, differenziato, granulare e rugoso: un caleidoscopio di paesaggi, boschi, climi, economie, tradizioni, dialetti, gastronomie, agricolture, città, istituzioni. Tante Italie, quindi, mescolate in ogni luogo che si riconfigurano dinamicamente, incessantemente» (id.)

Annullamento dei servizi pubblici: una condanna al declino?

Le aree interne costituiscono il 30% del territorio italiano, dove vi abitano quasi tredici milioni di persone. In queste aree si assiste ad un lento e progressivo declino demografico che non favorisce uno sviluppo imprenditoriale. Lo spopolamento delle aree coincide con la disattivazione dei servizi di prima necessità, scuola, sanità, lavoro, trasporti.

La lenta demolizione dei pubblici servizi pone la questione delle diseguaglianze, un tema a lungo dibattuto che ancora oggi non trova soluzioni adeguate. La carenza dei servizi facilita processi di disconnessione e solitudine, soprattutto nella terza età.

«Abbiamo assistito soprattutto negli ultimi anni al racconto di storici, sociologi, giornalisti che parlavano dei paesi come luoghi di cura, di possibilità o come avamposti di innovazione, legati per lo più alle suggestioni del paesaggio, al senso nostalgico di un paesaggio rurale, senza valutare l’effettiva capacità di produrre debito.

Ma i piccoli paesi sono luoghi sempre più spopolati, difficili da raggiungere, dove manca tutto, dalle infrastrutture alla sicurezza delle strade. Progressivamente smantellati, per mancanza di abitanti, bambini e negozi, si spengono piano piano nel silenzio degli inverni. (…) Centinaia di piccoli paesi e frazioni, abitato da meno di mille abitanti, sono destinati a scomparire nel corso dei prossimi anni».

«Dislocati nelle aree interne d’Italia, sono luoghi ‘rimasti indietro’, zone rurali remote, dove i servizi di cittadinanza non sono garantiti. Dove la disoccupazione, l’isolamento culturale, l’invecchiamento della popolazione e l’estinzione dei servizi essenziali hanno svuotato piano piano le reti sociali. Sono luoghi che hanno subito un progressivo impoverimento, economico, sociale e culturale, ma anche infrastrutturale.

Lì, svolgere una vita con buone prospettive, non è sempre facile. Pur riconoscendo la bellezza di un borgo, penso che sia impossibile tornare ad abitare lontano dalle città, finché non diventerà chiaro che certi valori – come il diritto alla salute, al lavoro, a una formazione e a un approvvigionamento culturale, così come la possibilità di muoversi con mezzi pubblici – non sono negoziabili» (Anna Rizzo, I paesi invisibili, 2022).

Immagini fuori fuoco: non c’è più niente

Non molti anni fa, chi abitava nelle grandi città, specialmente nelle periferie, guardava gli abitanti dei paesi con invidia, come se questi ultimi fossero una sorta di privilegiati che vivevano di aria fine, cibi genuini, senza stress, immersi in un tempo inesorabilmente lento. Gli anziani sostavano davanti ai bar a giocare a carte e i bambini, senza pericoli, brulicavano, sempre festosi e divertiti, nella piazza, e le donne con l’aria severa percorrevano vicoli in processione cantando vecchie litanie dietro statue sacre.

Immagini sfuocate, che gradualmente sono diventate dei cliché, modelli di un tempo lontano, di speranza, ormai irrimediabilmente perduto. Non c’è più niente, né i bambini con i loro supersantos arancio, tantomeno gli anziani con le loro carte e i loro bicchieri macchiati dal vino. Perché la vita cambia, i riti cambiano, i paesi cambiano.

«Non ricordo bene quando ebbi per la prima volta la sensazione che i luoghi avessero un loro senso, un loro sentimento; immagino sia accaduto molto presto, nella mia infanzia. Nel paese della mia fanciullezza i luoghi avevano un nome, ed erano tutti speciali. Avevano un segreto.

C’era il luogo delle fragole, quello dei funghi, il luogo delle castagne e quello delle ciliegie, il luogo dell’acqua e quello delle sabbie. Ognuno intratteneva un rapporto particolare con un determinato luogo. Ricordo ancora il posto dove trovavo i funghi, o dove le castagne cadevano formando dei castelli, effimere opere d’arte.

Era un segreto tra me e quei luoghi. E gli altri bambini avevano i loro luoghi magici e misteriosi. Ancora oggi, quando qualcuno torna dalle campagne con erbe selvatiche, funghi, frutti di bosco, e viene guardato con un misto di sorpresa e di invidia dagli altri, che non hanno trovato nulla, risponde con orgoglio e soddisfazione: “Sacciu li lochi” conosco i luoghi, li sento, ho con essi un’abitudine e una frequentazione.

I luoghi ci si rivelano, ci scelgono. I luoghi rispondono con generosità al legame che con essi decidiamo di intrattenere. Mi vengono in mente i giochi all’ammuccia, a nascondino, nelle rughe, nelle strade, nelle campagne, tra gli alberi, le sabbie e le grotte del luogo in cui sono nato. Mentre mi sottraevo alla vista degli amici, con il cuore che batteva di ansia e di piacere, mentre catturavo le voci e i passi di chi cercava di individuare il mio nascondiglio, mentre mi rannicchiavo solo con me stesso, avevo come l’impressione che qualcuno mi osservasse, mi accompagnasse, mi proteggesse. Era come se il luogo mi guardasse e mi guidasse, avesse qualcosa da dirmi e da comunicarmi» (Vito Teti, Il senso dei luoghi, 2023).

Tempo fa sono stato in Argolide. Mentre andavo verso Micene un amico mi indica un monte dicendomi che quello era il luogo dove Sisifo, condannato da Zeus, spingeva ogni giorno un masso dalla base alla cima e una volta raggiunta, il masso rotolava nuovamente alla base del monte e questo andirivieni che avveniva per l’eternità.

Intanto che fotografavo il monte mi accorgevo che vicino ce ne erano altri morfologicamente identici, tutti perfettamente brulli, aridi, spogli di vegetazioni. In fin dei conti cosa aveva di così straordinario da essere ricordato? Cosa celava quella conformazione ordinaria, quel luogo dimesso, brullo? Semplice: quel luogo raccontava attraverso le parole una storia. È dalle parole che nascono le storie, dai segni che si trasformano in significanti e producono significati, lasciando nella testa di chi ascolta uno slogan, una frase, un ritornello, un immaginario che vede il linguaggio stesso come via principale di contagio.

Crediamo alle storie, siamo storie, siamo fatti di storie. Viviamo in un mondo plasmato da storie. Le storie sono i fili della nostra vita e il tessuto delle culture umane. Proprio come noi ci raccontiamo storie sul mondo in cui viviamo. Noi crediamo alle storie perché ci dicono come vivere.

Quel monte in Argolide ancora oggi raccoglie tutto questo e lo amplifica emotivamente in una narrazione che pone capo alla costruzione collettiva di senso. La narrazione costruisce una lettura della realtà fondata su valori ed emozioni, allo scopo di coinvolgere le persone in un’esperienza.

Le storie generano senso. E lo generano quando, da individuali, hanno la capacità di farsi collettivo. Abbiamo bisogno di una storia, abbiamo bisogno di viverla ed essere fedeli a ciò che racconta. L’identità generata deve essere chiara, riconoscibile e forte. Fondamentale è comprendere il tempo presente, la sensibilità collettiva e concedere la storia idonea. Una storia ci aiuta a ricordare, a riscrivere, ad esplorare il mondo, a definire valori, a rileggere avvenimenti e attribuire un significato all’esperienza. Ci aiuta a comprendere il passato, il presente e il futuro, e a dare un senso alle nostre esistenze.

Possedere una storia è fondamentale per creare e mantenere vigorosa l’identità ed è necessario condividere con altri la nostra storia, frutto dell’interpretazione del nostro mondo. È necessario avere una storia per accompagnare la visione di futuro.

Dal paese al borgo: la narrazione che svuota i luoghi

«E infine arrivò il titolo con la relativa bandiera o l’insegna di turno e il centro abitato non fu più paese ma borgo e nell’alimentari e articoli vari della signora Maria si moltiplicarono i turisti e la signora Maria non fu più lei. Niente più chiacchiere senza fine da un lato all’altro del banco dei salumi ora bisogna fare in fretta perché la signora Maria ha altri clienti in fila da servire.

E i ruderi del castello si sono rimessi a nuovo e si son vestiti a festa. Solo a guardarci attentamente ci si accorge che sono irrimediabilmente svuotati della loro anima antica. E al bar della signora Franca dove fino a ieri si bevevano solo birra Raffo e caffè corretto alla sambuca e si giocava solo con le 40 carte del mazzo di napoletane e col flipper anni ’70 e si parlava rigorosamente in dialetto strettissimo forte, potente, identitario… oggi sono stati sdoganati il brunch, l’apericena, la colazione continentale e si beve spritz in bicchieri di plastica con cannucce di plastica e la signora Franca pronuncia addirittura qualche parola in un improbabile inglese maccheronico.

E infine vennero gli operai, piantarono un palo di metallo già arrugginito nel marciapiede sconnesso e ci affissero un cartello: “bandiera arancione”, “borgo dei borghi”, “borgo più bello d’Italia”, “bandiera blu d’Europa”, “borgo autentico certificato”, “borgo antico”, “cinque vele”, “bandiera verde”… e il centro abitato non fu più paese ma borgo, divenne contenitore più che contenuto, mera dimensione urbanistica più che comunitaria».

La blogger Serena Fiorentino fa una fotografia emblematica di ciò che sta succedendo nei nostri paesi. Un passaggio forzato, violento. Essere oggi un paese e diventare domani un borgo. Dietro questa terminologia si nasconde una mancanza.

I paesi muoiono e nascono i borghi

I paesi muoiono e nascono i borghi. Il borgo è un’etichetta turistica, pubblicitaria, una parola magica dello storytelling delle aree interne: il paese fa provincia, il borgo fa cool. Tutti vogliono vivere nei borghi, vedere i borghi, fare esperienze autentiche in borghi che di autentico, ormai, non hanno quasi più niente.

Questa narrazione trasmette l’idea che un paese stanco e semi spopolato sotto sotto, a ben vedere, l’abbia meritato. Sotto sotto è un borgo che non ce l’ha fatta, non si è innovato né venduto bene, tanto vale che ci resti, nella sua marginalizzazione. Insomma, la colpa è sua e dei suoi abitanti, mica di chi ha attuato per decenni politiche di sviluppo sbilanciate e miopi e ancora oggi guarda solo dove tirano soldi e pubblicità.

In una intervista a “Il Venerdì di Repubblica”, Vito Teti su questa questione è diretto e fa risaltare il nocciolo della questione.

Durante la pandemia si è tessuto l’elogio del piccolo borgo, nel quale lavorare a distanza, con lentezza, comodità, relax e buon cibo. E non è così? No, il borgo è diverso dal paese. In che senso? Nel senso che il borgo è un luogo illusorio, un piccolo paradiso in cui si vive come i turisti, con tutti i comfort, e poi si torna a casa. Il paese, invece, non è un luogo paradisiaco.

Le case in cui si vive non costano un euro, come nelle campagne promozionali dei borghi. Sono costate fatica. Costruite una generazione dopo l’altra. C’è una comunità, ci sono relazioni, c’è una memoria e una natura non addomesticata. Meglio lasciarli vuoti? Ma portare mille persone in un borgo, con una connessione internet per lo smart working e l’agriturismo per fargli assaggiare i marchi dell’autenticità, non significa far vivere un paese spopolato. Quello riempirà semmai un vuoto fisico, ma rimarrà il vuoto antropologico, ciò che fa di un paese un paese. (Vito Teti, intervistato da Nicola Mirenzi in Paese mio non ti lascio, preferisco la restanza, su “Il Venerdì di Repubblica”, 20 maggio 2022).

Senza stratificate convenzioni sociali, riti, tradizioni, legami familiari, storie dei luoghi, il borgo semplicemente non esiste, è un guscio vuoto che prima o poi viene abbandonato, anche da quei turisti che la logica del marketing territoriale vuole attirare.

Se mancano gli abitanti, se manca la comunità, non può esserci alcun turismo legato all’opportunità di condividere esperienze reali. E se in un paese non ci sono servizi essenziali non potranno esserci abitanti.

«Abito la casa dove sono nato, abito un pezzo della sua storia, ne abito un racconto. Abito in un paese che si disabita. L’idea di trasformare questo mondo in una “astrazione vetrificata”, in un borgo musealizzato, in un paese-merce, in cui le case valgono un euro e la memoria vale zero, in nessun caso è una soluzione. Gli slogan di maniera ed estetizzanti, le retoriche neoromantiche e lacrimevoli di nuovi compiaciuti e distratti rovinologi non creano consapevolezza e memoria, tanto meno nuova vita» (Vito Teti, Il mio paese non è un borgo, in Filippo Barbera, Domenico Cersosimo, Antonio De Rossi a cura di, Contro i Borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, 2022).

Non è un problema di un semplice vocabolo, borgo-paese, ma constatare che il termine borgo non porta con sé la narrazione, l’identità della comunità. Ciò che li regola è esclusivamente un rapporto di tipo economico.

Il borgo riguarda soprattutto la dimensione urbanistica, definisce più il contenitore che il contenuto, mentre il paese rimanda alla comunità, all’insieme di relazioni e funzioni che includono le persone, le loro attività, i loro sentimenti di appartenenza e di vicinato.

Ripensare il paese

I paesi si salveranno senza riconvertirsi in borgo? Riusciranno a sopravvivere senza quest’unico riferimento economico? È necessario, dunque, ripensare il paese e farlo tenendo conto di non poter sempre contare su chi lo vive, non in quanto inadeguato ma per il semplice fatto che difetta di strumenti appropriati.

«In sintesi, nei paesi non c’è quasi più nessuno capace di interpretare e leggere il paese come l’occasione per elaborare modelli di vita, economici e culturali, “altri”, “alternativi” a quello dominante.

Il paesano o è rimasto bloccato in un tempo che non c’è più ed è come un fossile vivente (e il cittadino necrofilo, nelle sue sortite occasionali estive o domenicali, gode di questa vista) o immagina per il proprio paese di emulare e ripetere, su scala più piccola, il modello della città – ovvero proprio quel paradigma di sviluppo che ha determinato, in forme via via più intense a partire dagli anni ’50 del Novecento, l’emarginazione e la cancellazione dei paesi dalla cartina geografica.

Se il paese insegue la città sul suo terreno finisce per assecondare quel modello economico e culturale che lo ha progressivamente devitalizzato compromettendo i diritti di cittadinanza di quella ampia parte del territorio nazionale che oggi chiamiamo aree interne» (Fabrizio Ferreri, Borghi contro paesi: uno spazio possibile per i beni comuni, 2024).

La riflessione di Fabrizio Ferreri aggiunge inoltre un nuovo elemento: i paesi non possono essere ripensati alla stregua delle città. Un paese per salvarsi non può diventare una piccola città.

«L’altra sfaccettatura dello spaesamento, di cui non si parla abbastanza, appartiene a quelli che vivono più o meno stabilmente in paese ma sono talmente avvinti dal modello di vita cittadino – che l’abbiano vissuto o meno – da desiderare che il loro paese sia esattamente come la città, ma più piccola. Anche per l’azione costante dei media e dei social network in particolare questi individui confrontano continuamente la città con il proprio paese, si sentono mortificati da questo confronto e posti in una condizione di svantaggio e minorità desiderano che il proprio paese si sviluppi sul calco esatto della città» (id.).

Guardare un paese

Siamo il luogo in cui siamo nati e cresciuti. Siamo il luogo che abbiamo abitato, il luogo sognato e desiderato. E lo siamo in virtù del nostro sguardo. Per guardare un paese sono due le pratiche da mettere in campo: esercitarsi ad uno sguardo consapevole e fare pratica di uno sguardo ravvicinato.

Ciò che oggi manca è uno sguardo incisivo e curioso, attento, fatto di ricerche pazienti, per poter capire cosa sono diventati questi luoghi rarefatti, per vedere cosa significa operare nel vuoto o anche che nuove relazioni, nuove forme espressive, nuove attività di resistenza si vanno affermando nonostante tutto.

Forse indagando in questo profondo vuoto che provoca dolore, malessere, spaesamento, voglia di fuggire si potrebbero trovare nuove forme di presenza, voglia di resistere, bisogno di andare avanti e di sperare.

La disperazione, che ci avvolge è ben visibile, ma la speranza di chi non si rassegna, lotta, crea nuovi luoghi, elabora nuovi saperi, inventa nuove produzioni, umanizza i non luoghi e i non più luoghi, questa speranza non trova ascolto, non ha udienza, è scomoda perché afferma che non tutto è accaduto e che avremmo molte cose da fare, un mondo nuovo da cercare e da inventare.

Cambiare prospettiva, «(…) si deve tornare a guardare da vicino: soli sguardi ravvicinati e di dettaglio possono costituire un punto di partenza che consenta di cogliere appieno la fragilità, e allo stesso tempo sollecitare e sostenere nuove strategie di intervento» (Domenico Cersosimo, Carmine Donzelli a cura di, Manifesto per riabilitare l’Italia, 2022).

I nostri sensi organizzano il nostro ambiente in base a quel che ci serve per sopravvivere e crescere al suo interno. Il nostro modo principale di esistere nel mondo, afferma Martin Heidegger, è da attori al suo interno e da utenti che ne fanno uso. Se è vero che percepiamo sempre il mondo in relazione a noi stessi, allora considerare prospettive diverse diventa essenziale per comprendere il mondo, noi stessi, i luoghi che viviamo.

C’è bisogno di tornare a guardare da vicino, sforzarsi di mettere a fuoco quelle cose che ci sfuggono e che non riteniamo più importanti. Modificare il modo in cui si osserva, cercando di vedere le cose da un altro punto di vista o da un’angolazione diversa.

Dobbiamo trovare l’intensità dello sguardo. Ma quand’è che ha senso fare questo cambio di prospettiva? Ha senso farlo quando ci rendiamo conto che determinati luoghi comuni sui paesi, i luoghi della memoria, sono diventati degli ostacoli per noi.

C’è bisogno urgentemente di sollecitare un processo che rinnovi e rivitalizzi il modo in cui si pensa, si percepisce e si interagisce con il paese.

Restare come scelta politica: cura, comunità e futuro dei luoghi

«Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”, anche nel luogo in cui si è nati e si vive. Restare significa cercare, aspettare, incontrare l’altro che oggi viene da noi. Solo chi ha memoria delle antiche pratiche dell’ospitalità può essere disponibile ad accogliere i nuovi erranti insieme ai quali costruire un “nuovo mondo”, in luoghi che hanno avuto un senso e che debbono essere attraversati da nuovi sentimenti.

Restare non significa “stare fermi”, attendere muti e rassegnati; significa sentirsi sempre in atteggiamento di attesa e di ricerca; essere pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e ad accogliere, a condividere i “luoghi”. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme, anche con disagio, del donare, della verità del viaggiare e del camminare» (Vito Teti, Il senso dei luoghi, 2004).

Restare e resistere

Il pensiero del restare viaggia insieme alla locuzione: l’uomo è ciò che abita. L’abitare nei luoghi è un resistere, un vero e proprio atto politico.

«Politicizzare la restanza vuol dire innanzitutto riconoscere i cittadini che hanno scelto di restare, i loro bisogni, i loro desideri, la loro voglia di continuare a vivere in luoghi appartati, diversamente appaganti, di praticare forme di vita più ‘naturali’ e meno esposte ai rischi del nostro tempo ipertecnologico e ipernormativo» (Domenico Cersosimo, Carlo De Rose, Sabina Licursi, Per un futuro possibile, in Domenico Cersosimo, Sabina Licursi, Lento pede. Vivere nell’Italia estrema, 2023).

L’atto politico sta nel fatto che i luoghi attendono di essere ripensati, raccontati, documentati, e riconsegnati alle nuove generazioni. E restare è, innanzitutto, l’atto politico eseguito su noi stessi, «è il sentimento di chi àncora il suo corpo ad un luogo e fa diaspora con la mente» (Vito Teti, La restanza, 2024).

Restare non è un atto eroico, né un immobilismo o una rinuncia, ma una volontà precisa di opposizione all’inerzia, al fatalismo. L’attesa non è apatia, è speranza, pazienza. È la capacità di ripensare e rinnovare l’esistenza. Se si resta, dunque, si resiste. Allora, c’è bisogno di ristabilire una nuova connessione con alcune parole, come spazio, luogo, abitare: parole d’uso comune che Vito Teti cerca di ri-semantizzare; abitare è una azione decisiva del restare. Si abita un sentimento, un paese, un luogo, una prassi; lo spazio non è solamente il luogo in cui avviene, ma la correlazione tra passato e presente, tra ciò che possiamo fare (futuro/probabile) e (passato/immodificabile). Ciò che è stato fatto.

Il luogo, quindi, è una parte dello spazio, fuori dal flusso del tempo, e che vediamo in eterno, mitico. E se il luogo è mitico, lo spazio è storico; e così quando abitiamo uno spazio in realtà modifichiamo il luogo e, quindi, ne mutiamo il mito. «Restare sembra l’antitesi del viaggiare, del mettersi in discussione, della disponibilità al disordine, alla scoperta, all’incontro.

Ma davvero l’idea e la pratica del restare sono inconciliabili con l’esperienza antropologica? E, soprattutto, è possibile pensare un viaggiare separatamente dall’esperienza del restare, e davvero il restare va accostato all’immobilità, alla scelta di non incontrare l’alterità e di non fare i conti con la propria ombra, il proprio doppio?

L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza” – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme. Restare, allora, non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità; restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore. Senza enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo» (Vito Teti, Pietre di pane. Un’antropologia del restare, 2011).

Restare è un atto politico che impegna la responsabilità, di cui Nicola Abbagnano afferma che è la possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione.

La responsabilità verso i luoghi

Il circuito della responsabilità verso i luoghi, i paesi, è dinamico, è un processo che mette in moto energie, un processo che pone attenzione verso i paesi. «Cura è una parola densa di significato, è sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, e il suo orizzonte semantico racchiude anche l’amore e la pena amorosa. La cura ha un senso vivo anche nella sfera pratica, accoglie in sé tutta l’attenzione necessaria nel rapporto tra l’uomo e le piante, tra l’uomo e gli animali, nel mondo che dividono.

La cura è amore che accetta, perché possiamo amare in modo maturo solo ciò che conosciamo nella sua verità e nudità. E i luoghi richiedono amore vero, quello che nasce da una salvifica schiettezza, quello che mette a nudo bellezze e bruttezze per esaltare la profonda complessità del reale. Cura dei luoghi significa anche farsi carico delle verità drammatiche, quelle che tutti vorremmo tacere o edulcorare, nascondere o rifiutare in ogni modo. Cura è saper fare i conti con il dolore. L’avere cura è un paradigma etico, morale, estetico. Cura significa avere attenzione per le persone, per i rapporti, per i legami. La cura ha una visione globale del corpo, del corpo paese, del corpo-comunità e dell’alterità che al corpo si accosta» (Vito Teti, La restanza, 2024).

La cura

La cura diventa l’atto politico, dinamico, del restare. Abbiamo bisogno, per salvarci, di una grande rivoluzione culturale, morale, di rigenerare i luoghi e i cuori, di un nuovo vocabolario, di nuove parole, di nuove pratiche. Siamo sospesi, appesi, tra passato che non passa, ossessione del presente, paura del futuro. Dobbiamo pensare altrimenti, immaginare altri racconti.

Responsabilità, senso e religione della vita, amore per gli altri e per gli animali, per il cosmo e per il pianeta, sono gli imperativi di chi è entrato in un mondo nuovo, non necessariamente migliore, in una vicenda che non aveva immaginato e che lo rende inquieto, smarrito, insicuro, fragile come i primi Sapiens, uomini-animali appunto.

Restare nei paesi. L’Italia delle aree interne.

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