Verso il 28 febbraio, l’intervista a CARLOTTA COSSUTTA.
A cura di Giulia Ragonese
Giulia Ragonese: Questo sabato 28 febbraio saremo in piazza a Roma, con i centri antiviolenza e le realtà femministe e transfemministe, per ribadire che non può esistere una legge sulla violenza sessuale senza la parola consenso. Saremo marea, non solo perché questa è una questione giuridica. Saremo marea perché attorno al consenso ruota la nostra visione di mondo, delle relazioni, del benessere di tutte le persone.
D’altronde quando si parla di consenso la mente va davvero a molte cose. Nei contesti quotidiani, le persone sono chiamate ad esprimere il loro consenso quando si tratta di decisioni importanti che richiedono una presa di responsabilità. Ne è esempio il consenso da dare prima di qualsiasi intervento chirurgico, ne è esempio il voto, o così dovrebbe essere: l’espressione del consenso su decisioni che hanno un impatto su di noi.

Poi c’è il consenso che più di tutti gli altri è difeso dal linguaggio, dal discorso culturale, che da millenni permea la nostra civiltà: l’istituto del matrimonio, il «Sì, lo voglio» più famoso del mondo. Eppure, proprio la destra conservatrice che difende la famiglia tradizionale unita da un patto fondato sul consenso, ha deciso di non inserirlo nella legge sulla violenza sessuale, il Ddl Bongiorno, proprio laddove, nelle relazioni intime, il consenso è il fondamento su cui costruire rapporti, intenzioni, reciprocità.
Perché una destra che sul «Sì, lo voglio» ha impostato un’intera società patriarcale, cancella la parola consenso quando riguarda il corpo delle donne? Cosa vuole fare questo tipo di potere?
Carlotta Cossutta: È interessante partire a riflettere sul consenso dal «sì, lo voglio» del matrimonio. Come mostrano diverse studiose femministe, infatti, il matrimonio storicamente è un contratto patriarcale tra due uomini, lo sposo e il padre della sposa, che si scambiano il possesso di una donna. In questo senso la cancellazione della parola consenso dal Ddl Bongiorno è perfettamente in linea con questa tradizione patriarcale nella quale i corpi delle donne sono sempre a disposizione degli uomini. Inoltre, proprio quel «sì, lo voglio» pronunciato il giorno del matrimonio, ha reso molto difficile riconoscere lo stupro all’interno delle relazioni di coppia: il sesso all’interno del matrimonio, infatti, veniva considerato un dovere e il consenso della donna ritenuto implicito proprio a causa del contratto matrimoniale.
Non vi è quindi una contraddizione tra la famiglia tradizionale e la cancellazione del consenso, anzi, è proprio la struttura tradizionale della società che si riproduce cancellando l’autodeterminazione femminile. Questa cancellazione avviene anche attraverso la naturalizzazione di ruoli di genere: le donne per natura desidererebbero essere corteggiate, mentre gli uomini sarebbero inclini al corteggiamento, dei ruoli che rendono ancora una volta il consenso delle donne non necessario perché dato per scontato.
Eliminare la parola consenso, quindi, non è solo un problema tecnico, che costringerà le donne a provare in sede di tribunale di aver dissentito, ma è anche un problema politico più profondo, segno di un potere che immagina la sopraffazione e la violenza maschile come naturali e inevitabili e in fondo necessarie al mantenimento di un ordine sociale. Ovviamente non dichiarano apertamente che lo stupro sia un elemento necessario, ma eliminando il consenso testimoniano proprio la pervasività di una cultura dello stupro che chiede alle donne di non farsi parte attiva nell’esprimere desideri e nel ricercare un piacere sessuale, ma le condanna a rimanere polo passivo di una dinamica in cui il dissenso è l’eccezione e deve essere dimostrata.
Si tratta quindi di una forma di potere che propone un ordine sociale immutabile perché basato sulla natura e inscalfibile perché è radicato nella tradizione. E questa visione del mondo è confermata anche dalla visione della famiglia che emerge dalle manovre economiche di questo governo e delle destre autoritarie globali: il carico di cura infatti è immaginato sempre come appannaggio delle donne, come si può vedere dalla costante opposizione a un congedo parentale paritario e dall’idea che a conciliare vita e lavoro debbano essere solo le madri. In questo senso il matrimonio è una struttura fondamentale per garantire un ordine basato sulla disuguaglianza.
Infine, è interessante notare come il consenso venga cancellato anche per quanto riguarda i corpi. Penso in particolare al caso dell’aborto, sempre più sotto attacco in diversi paesi del mondo, e alle forme di discriminazione nei confronti delle persone trans e in particolare delle persone trans più giovani a cui viene negato l’accesso alle terapie ormonali di cui hanno bisogno. Anche in questo caso l’autodeterminazione delle persone passa in secondo piano rispetto a una norma che viene indicata come naturale perché biologica.
Giulia Ragonese: Cancellare la parola consenso cambia insomma il linguaggio, il discorso. Alcune di noi svolgono ore di prevenzione nelle scuole sulla violenza di genere, sulla violenza sessuale. Leggiamo nei volti delle e degli adolescenti, l’incertezza, l’entusiasmo, la paura e la gioia di scoprire ed esplorare la sessualità e l’intimità delle relazioni. Sappiamo quanto sia difficile, certo, e quanto sia importante, nella costruzione di relazioni volte al benessere, esprimere, anche da adulte e adulti, un consenso, un’opinione autentica, verbalizzare insomma quello che si prova.
Su questo il femminismo ci aiuta molto ormai da decenni, ed è proprio l’esperienza – che ci è stata restituita dai gruppi di autocoscienza – sull’espressione del proprio sentire che ci dà modo di orientarci nelle relazioni libere dalla violenza. Spazzare via la parola consenso da una legge così importante ci restituisce l’idea che non sia, per il governo, la verbalizzazione, la presa di parola, il vero strumento contro la violenza, e che non valga la pena allenarci a parlare, allontanandoci dalla costruzione di relazioni vitali e dall’opportunità di poter definitivamente dire i nostri desideri, imparando a pronunciare, appunto, il sì.
È questo ciò che è in ballo? Devo dirlo, questa riflessione mi porta a pensare al Ministro Valditara, che, per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, propone di chiedere il famoso consenso dei genitori!
Carlotta Cossutta: Anche in questo caso possiamo vedere come per la destra la famiglia sia un insieme coeso e uniforme, un microcosmo che annulla il consenso delle persone che ne fanno parte subordinandolo a quello del capofamiglia, che per legge non esiste più ma che evidentemente continua a funzionare come un fantasma normativo. È evidente infatti che chiedere il consenso alle famiglie per i percorsi di educazione sessuo-affettiva significa ritenere il consenso delle e degli studenti inferiore rispetto a quello dei propri genitori e non rilevante ai fini della discussione. Già questo insegna quindi che vi sono dei consensi che valgono più di altri e che non tutte le voci hanno lo stesso valore.
Inoltre, come giustamente sottolinei, a essere inibita è proprio la presa di parola stessa, con l’idea che vi sia una radicale separazione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, ciò di cui si può parlare, che si può problematizzare e che si può modificare nel tempo e ciò che invece è naturale immutabile e deve passare sotto silenzio. Perché il consenso sia libero e attuale infatti è necessario allenarsi ad esso, a riconoscere i propri desideri, a capire cosa ci piace come e quando e a sapere che tutto questo può essere enormemente mutevole.
Riconoscere questa complessità in noi stesse è il primo passo per poterla riconoscere anche negli altri e nelle altre, dando corpo al consenso che non è mai un atto singolo, ma è uno spazio di relazione, di parola, di condivisione: si tratta più di un processo che di una dichiarazione. Per fare questo però è imprescindibile modificare le relazioni sociali dando spazio a forme diverse di desiderio e a modalità di sovversione delle norme di genere che scompaginano gli assetti della sessualità. Bisogna in sintesi uscire da una cultura dello stupro che si nutre di miti che rendono impossibile leggere le proprie esperienze e i propri desideri fuori da comportamenti codificati e da aspettative sociali che rendono inintelligibile tutto quello che sfugge alle norme.
Torno quindi a dire che la violenza e lo stupro in questo senso non sono eccezioni ma la punta estrema della normalità: il consenso rompe questa normalità non solo perché afferma la necessità dell’autodeterminazione, ma soprattutto perché riconosce la portata politica della sessualità e mette al centro una dimensione relazionale che obbliga a mettere in discussione i ruoli di genere e le aspettative che essi comportano. Eliminare il consenso dalla legge, quindi, significa eliminare la possibilità di dare spazio a questo ripensamento strutturale delle relazioni.
Giulia Ragonese: In questi giorni salta all’occhio la modalità con cui si arriva a questo disegno di legge. Angela Finocchiaro, Ministra per le Pari Opportunità nel 1996, ci ha ricordato come si arrivò in quell’anno alla legge sulla violenza sessuale, legge alla cui stesura aderirono ben 75 deputate su 88, sia di destra che di sinistra.
Ci ha raccontato su La Repubblica di un patto segreto tra donne di pensiero diverso. Sembra che siamo oggi molto lontano da questo metodo e che le donne al governo, allineate tutte ad un potere da agire in modo escludente e con una forza tipica del padrone, non facciano sponda con le altre. Le donne della destra, e con loro tutta la destra al governo, è conforme ad un discorso globale, che frena la libertà di parola, che uccide la libera espressione? Quali sono i nessi tra questa scelta nel Ddl Bongiorno e quello che succede nel mondo? Allontanarci dal consenso ha a che fare con la democrazia?
Carlotta Cossutta: L’assenza di un consenso trasversale sulla modifica della legge sullo stupro testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, quanto non basti essere una donna per portare avanti politiche femministe e a favore delle donne. In questo senso la destra in questi anni ha fatto un’operazione che potremmo definire cosmetica con cui ha messo nei posti di potere delle donne che confermano la struttura patriarcale del potere stesso. Lo si capisce banalmente dal fatto che nessuna di queste donne ha come referenti altre donne e non porta forme di relazione femminile nei luoghi delle decisioni.
Non si tratta di appellarsi a una naturale sorellanza tra donne ma di riconoscere le forme strutturali di oppressione che si sono subite e provare a modificarle a partire da sé, mentre al contrario le destre al governo usano le donne come un’eccezione per confermare la regola patriarcale e rinforzare le forme autoritarie del potere.
Proprio il femminismo ci ha insegnato il nesso tra pubblico e privato, uno strumento con cui possiamo leggere le trasformazioni del presente. La cancellazione del consenso per quanto riguarda la legge sulla violenza sessuale si accompagna, infatti, a una trasformazione globale in cui la l’autodeterminazione delle singole persone e dei popoli viene sempre più subordinata a un ordine geopolitico che pare inevitabile. Il rafforzamento delle strutture tradizionali della famiglia e dei ruoli di genere si accompagna alla chiusura dei confini e alla recrudescenza della guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti. Non si tratta qui di fare paragoni impropri ma di riconoscere le trasformazioni sociali in atto come parte di una visione del mondo che si fonda su una pedagogia della violenza per poi imporre un ordine basato sulla forza.
Proprio per questo allontanarci dal consenso ha a che fare con la democrazia non solo poiché limita la presa di parola, ma anche perché immagina dei soggetti che al limite possono esprimere un dissenso privato, individuale, che non metta mai in discussione le strutture sociali. Si può dissentire nel sesso, infatti, ma molto meno in piazza. E quel dissenso contenuto nella legge mira a slegare la dimensione della sessualità da quella sociale, immaginando che sia possibile prendere parola indipendentemente dal contesto in cui siamo inserite e che ci ha costituite.
Si tratta, in fondo, del compimento della cancellazione tatcheriana della società, che produce una scena politica in cui ci sono gli individui, le famiglie e le nazioni, che rispondono tutte alla stessa logica proprietaria e difensiva. Pensare al consenso collettivamente, come un processo sociale, invece, ci permetterebbe proprio di scardinare questa logica soffocante e per questo la battaglia per il consenso non è una battaglia puramente tecnica per garantire una buona legge, ma è una battaglia profondamente politica per modificare la società.
Chi è Carlotta Cossutta?
Carlotta Cossutta è una filosofa politica. Fa parte del centro di ricerca Politesse – Politiche e Teorie della Sessualità dell’Università di Verona e di GIFTS, la Rete degli studi di genere, intersex, femministi, transfemministi e sulla sessualità. È co-presidente della Casa delle Donne di Milano.





